Giovedì, 12 Dicembre 2019

Il profumo dei pensieri

Considerazioni introduttive

Indubbiamente il presupposto è quanto mai interessante.  Le nostre facoltà percettive,  infatti, sono molto limitate ed improprie; è sufficiente partire da alcune considerazioni logiche.

Ad esempio se consideriamo l’udito possiamo affermare che le onde sonore in grado di impressionare i nostri recettori acustici gravitano su di una banda molto ristretta: da 20 a 20.000 Hz oltre la quale siamo in grado di non percepire più nulla, come se tutto ciò che vibri al di fuori di questa frequenza non esistesse. Vale a dire che per noi non esiste realtà sonora se non nell’ambito ristretto della frequenza percepibile; in tal caso un delfino, un cane o una qualunque altra forma di vita organica, dotata di facoltà sensoriali “atipiche” e differenti dalla nostra, rientra in una categoria di viventi extraumani ai quali la nostra codificazione non sa attribuire un significato particolare se non quello di creature “ diverse” pur accettandone la convivenza e, tuttalpiù, elevandole a rango di fenomeni da studiare. Nello stesso modo, considerando la vista, possiamo ricavare immagini sui recettori retinici solo da frequenze luminose che vibrino in una gamma compresa tra i 4000 ed i 7000 Ä; tutto ciò che non è compreso in tale lunghezza d’onda non è per noi visibile e quindi non esiste.

 

 Infine se prendiamo in considerazione l’olfatto le conclusioni non possono che essere egualmente sconfortanti, considerando anche il fatto che tale caratteristica sensoriale nell’uomo ha da qualche tempo cessato di svolgere una funzione informativa principale, se escludiamo poche eccezioni, del resto molto grossolane e in ogni caso non rilevanti dal punto di vista della sopravvivenza (difesa, procacciamento di cibo, riproduzione); eppure l’olfatto rappresenta l’unico senso che è in grado di influenzare facilmente il nostro sistema informativo, data la sua caratteristica anatomica che lo pone in una situazione d’estremo vantaggio. Per esempio il percorso dell’informazione olfattiva è molto breve essendo le cellule osmiche poste a brevissima distanza dai centri cerebrali di decodificazione; infatti, tra i recettori periferici situati su una piccola superficie della mucosa nasale (2.5 cm.2 circa) ed il nucleo olfattivo cerebrale rinencefalico corrono pochi centimetri di distanza. Ciò non ostante tale senso, nel corso dei tempi, ha perduto gran parte della sua importanza, pur mantenendo ancora una validità ed una potenzialità importantissima. Il senso del gusto è strettamente connesso a quest’ultimo, mentre anche a quello del tatto sono riservati marginali funzioni d’informazione, riducendo per esempio la propria validità soltanto a stimoli d’allarme o di difesa e raramente a quelli di piacere.

 

 

 

 

Il pensiero

 

Tornando sulla strada iniziale che è quella di valutare fino a che punto siano limitate le informazioni che possiamo trarre dai nostri organi sensoriali, usualmente impiegati, il mio quesito è questo: il pensiero soggiace soltanto a questo sistema informativo, oppure può essere dotato di qualche supporto ausiliario?

 

Il pensiero ritengo che possa essere considerato come la risultante di una serie di elaborazioni di informazioni visive, acustiche, olfattive, tattili e gustative alla quale si aggiungono variabili diverse di tipo nozionistico, culturale, affettivo e critico; di certo può essere considerato un elaborato che esula dai vincoli spazio-temporali ai quali soggiacciono gli organi che hanno creato l’informazione principale e, alla pari di una scintilla d’innesco, una volta formulato assume dimensioni e portata in maniera autonoma, nel senso che può prendere forma e consistenza con aspetti tra essi vincolati o del tutto svincolati.. Genera e allo stesso modo è generato. Crea ed è creato, talvolta allontanandosi talmente dalle sue radici primitive da perdere sovente la matrice iniziale, alla guisa di una pianta che mentre cresce affondi nuove radici nel terreno che invade, radici generate dalle foglie e generando essa stessa nuove foglie che in tal modo assumono la funzione di apportare linfa vitale per nuove radici e nuove foglie.

 

La domanda è questa: se i sensi che ci permettono di recepire le informazioni da elaborare fossero in qualche modo più acuti, avremmo la possibilità di formulare pensieri più profondi o più complessi? O ancora se ci fosse concessa la facoltà di utilizzare sensi ausiliari, o meglio, se avessimo la possibilità di stimolare recettori silenti che alberghino in qualche recesso della nostra complessa struttura organica, potremmo disporre di sorgenti di pensiero più profonde? Presumo che la risposta non possa che essere affermativa nel senso che alla pari di chi conosca una sola lingua, formula costrutti mentali nell’ambito di espressioni rese possibili dalle combinazioni dei termini lessicali, nello stesso modo tali combinazioni aumentano se il soggetto ha la facoltà di conoscere più lingue. Certo tale fattore da solo non sarebbe in ogni caso sufficiente ad affinare un percorso conoscitivo, poiché occorrerebbe pur sempre il concorso di molteplici variabili dell’apprendimento e, soprattutto, la spinta iniziale a voler varcare le soglie della conoscenza. Ben sappiamo a quali profondità speculative sono giunti in tutti i tempi filosofi ed esploratori; in tanti casi però, come capita tra aborigeni e indigeni di terre primitive, abbiamo avuto la possibilità di osservare a quali livelli di conoscenza sia giunto il pensiero umano. E’ proprio indagando sui metodi utilizzati da questi nostri simili, tanto lontani dal nostro modo evolutivo, che forse potremmo aggiungere un significato a quelli che abitualmente utilizziamo, o meglio, potremmo stimolare recettori, rimasti silenti per troppo tempo; sinceramente non saprei neanche da quale parte iniziare, ma sento che vale la pena di provare, anche perché da quanto mi è stato insegnato, so che nei nostri geni sono rimaste informazioni ancestrali le quali sono state puntualmente trasmesse pur se relegate in uno sperduto trattino di qualche cromosoma.

 

 

 

Costituzione olfattiva

 

Abbiamo tutti un gruppo sanguigno, pur se nel ristretto ambito di quattro principali, vale a dire possediamo tutti una personalità cellulare; tale caratteristica non riguarda solamente il settore di scambio di tessuti tra simili, ma ben più complesso è l’esame di tale proprietà, potendosi per esempio amplificare addirittura nel campo neuro-psichico. Tale considerazione nasce dal semplice presupposto che ogni cellula, esaminata sotto il suo aspetto fisiologico, esplica una precisa funzione organica, ma mantiene pur sempre una caratteristica dominante che è rappresentata proprio dalla sua appartenenza ad un preciso gruppo sanguigno; in tal caso essa è diversa dalla sua omologa di altro organismo con gruppo differente. Insomma sono tutti soldati, ma hanno una divisa diversa, come i vari corpi militari e, alla pari di questi, pur concorrendo tutti all’unico fine di difendere (o di attaccare) il proprio paese, utilizzano un’arma differente.

 

 

 

Relazioni con i gruppi sanguigni

 

Per tornare alle cellule neuro-psichiche non sarebbe azzardato presumere che possa esistere una relazione tra il gruppo al quale appartengono e la possibilità di stimolare recettori silenti, nel senso che forse in certi soggetti il procedimento di ottenere risposte a stimoli subliminali o di altra origine sensoriale, sia più agevole che  non in altri, per i quali probabilmente, esistendo un substrato diverso e quindi sensibile a stimoli di altro genere, occorrono informazioni di intensità o di natura differenti.

 

Seguendo quest’ipotesi appare logico presumere che sia possibile un’intesa recettoriale tra individui di gruppo eguale e che, viceversa, ciò sia più difficile tra elementi di gruppo diverso; d’altronde, come capita in caso di trasfusione, si potrebbe altresì presumere che il gruppo AB possegga recettori comuni a tutti gli altri gruppi e quindi in grado di entrare in sintonia con tutti; il gruppo 0, per contro, in quanto donatore universale, dovrebbe essere dotato di prerogative di stimolo universale, anche se in questa sede il problema è di mettere in evidenza non tanto le modalità di emissione quanto quelle di ricezione. Più complessa potrebbe essere la situazione del gruppo A e del B che entrerebbero in sintonia solo con gruppi analoghi; è anche da valutare in tale sede la presenza dei sottogruppi le cui caratteristiche affinerebbero ulteriormente le possibili relazioni esistenti tra gruppi omologhi.

 

Ammesso quindi che ciascun individuo sia caratterizzato somaticamente dalla particolare appartenenza ad un gruppo preciso, che tale rimarrà per tutta la sua esistenza, si tratta ora di indagare se anche il suo contenuto psico-sensoriale obbedisca a questa prerogativa genetica ed in quale misura sia soggetto ai recettori tipici del gruppo al quale appartiene.

 

Prima di tutto il fatto di ritenere che cellule di gruppo differente posseggano seppur minime caratteristiche che le rendono in ogni caso diverse dalle simili di un organismo diverso, dovrebbe essere accettato come dato base per proseguire la ricerca; troppo spesso, infatti, non è tenuta nella giusta considerazione la differenza che intercorre tra individui simili, dal momento che la mentalità corrente ha bisogno di codificare, se vogliamo in maniera comodamente semplicistica, gli organismi umani in categorie, classi, generi, ordini e così via, radunando intere popolazioni, raggruppando ampie teorie di persone senza peraltro seguire criteri particolari se non quelli molto semplici tipo l’età, il sesso, la classe sociale, il grado di cultura e così via; sulla base di tali dati è facile stabilire protocolli comportamentali o terapeutici, giocando solitamente sul meccanismo d’azione della molecola esaminata in laboratorio e applicandola, dopo vari passaggi in animali, all’organismo umano. Mi pare che ciò rappresenti una vera e propria violenza o quantomeno una forzatura, dal momento che i recettori impressionati sono considerati avulsi dal contesto generale al quale appartengono ed al quale sono intimamente connessi; del resto se la strada tracciata è quella di interferire stimolando o deprimendo recettori, senza minimamente avanzare pretese di risalire ai fattori causali dell’alterazione, i risultati non possono che essere quelli di una forma terapeutica sommaria e umanamente errata.

 

Mi sembra di cogliere in tale filosofia l’alterazione comportamentale di base nell’approccio terapeutico di molte scuole di medicina moderne; non è questa la sede per ribadire che il medico si trova di fronte ad un malato e non ad una malattia, come del resto che le formidabili metodiche strumentali e di laboratorio dovrebbero servire a chiarire o a fugare un dubbio diagnostico che, in ogni modo dovrebbe essere stato formulato in precedenza sulla base di uno studio approfondito del paziente, considerato unico e singolo; non è neanche questa la sede per evidenziare che molte delle malattie correnti sono state generate da un uso improprio, spregiudicato e di solito esagerato di molecole, per non parlare di quando esse stesse non sono risultate nocive e spesso letali.

 

Vorrei tornare alla strada iniziale che è quella di ricercare le caratteristiche di recettori sensibili a stimoli diversi dai cinque sempre esaminati, partendo dal presupposto che il pensiero altro non sia se non un profumo generato dal cervello.

 

 

Percorsi della mente: i sentieri dell’olfatto

 

Il pensiero è generato da una serie d’impulsi nati dalla stimolazione di uno o di più organi di senso, ma la sua codificazione ed elaborazione segue percorsi ignoti, che interessano strutture e circuiti complessi, richiamando nozioni latenti da qualche tempo, evocando meccanismi nei quali alberga una memoria genetica e si uniformano a spazi e tempi di dimensioni differenti da quelli utilizzati per la vita di relazione, confondendo ricordi ed emozioni dilatati o compressi e mescolando intuizioni, certezze e dubbi con una velocità più rapida della luce; la fase finale di solito è la sua esternazione verbale, attraverso la quale esso prende consistenza e si manifesta al mondo degli interlocutori come una sorta di profumo che può essere gradito o no, che può stimolare la crescita del pensiero di chi ascolta, o meglio, di chi lo avverte, come anche può inibirlo; in qualche caso il pensiero è avvertito direttamente, senza la decodificazione verbale, entrando in sintonia esattamente come l’unione di due profumi analoghi, unione che non genera un aumento d’intensità, ma semplicemente una piacevole sensazione interiore come d’appagamento totale; da un punto di vista “scientifico” pare che esistano neuroni denominati mirror, sorta di sistema autonomo, localizzato nei pressi dell’area del Broca, in grado di stimolare reazioni comportamentali dalla semplice osservazione di gestualità degli interlocutori; un sistema nervoso che possiede recettori diversi da quelli normalmente utilizzati dai cinque sensi, che agisce come uno specchio, attivato dall’osservazione ed in grado di produrre mimiche, gestualità ed espressioni automatiche svincolate dalla volontà. E’ mia convinzione che proprio seguendo tale strada e ipotizzando l’esistenza di un sistema di neuroni sensibili al “ profumo” del pensiero, si possa giungere alla lettura della parte universale che è scritta nella nostra psiche; questa parte è costituita da tutto l’insieme d’informazioni che si sono infilate nel corso dell’evoluzione negli anfratti dei nostri geni, che ciascuno di noi si porta dentro senza saperlo, che mescola con altre parti d’inconscio ogni volta che genera un figlio e di cui sporadicamente ed in forme diverse ed imprevedibili utilizza minime porzioni; infatti, spesso capita di conoscere persone che sono dotate di manualità e di vocazioni che comunemente sono classificate come “ doti naturali”, perché non sono la risultante d’apprendimenti particolari od il frutto di studio o d’elaborazioni nozionistiche. Artisti, scopritori, artigiani, sportivi, semplici contadini, abili delinquenti, mistici, condottieri e quant’altro la lunga storia dell’uomo ci tramanda, solitamente sono individui che hanno avuto la facoltà di uniformare la propria personalità a stimolazioni interiori che sono state evocate da fattori esterni contingenti e che solo in quei soggetti e non in tanti altri contemporanei, hanno generato il “personaggio”.

 

Il profumo, o se vogliamo, il pensiero ha la facoltà di portarci in una dimensione irreale, nuova e di difficile interpretazione, ma non per questo non umana: esso, infatti, genera emozione che possiamo definire una sorta di sesto senso, evocata dalla stimolazione di recettori che gli antichi ritenevano situati nel “ cuore” e che sinceramente non saprei bene dove localizzare. Oggi sappiamo che molti neurotrasmettitori sono sintetizzati nell’intestino tenue; sappiamo anche che si tratta di serotonina, di dopamina, diazepine, endorfine, istamina e sostanze del genere. Il fatto che un organo sia così lontano, quale appunto l’intestino, rispetto al cervello e non solo da un punto di vista di dislocazione, ma anche strutturale, mi fa pensare che forse i nostri lontani progenitori egizi, non fossero poi così lontani dalla realtà, ammesso che con tale termine si definisca lo stato definitivo e assoluto del nostro stato d’umani; ma allora se i recettori cerebrali raccolgono stimoli e trasmettitori che partono da siti tanto distanti, come posso escludere che esistano recettori d’altro tipo, che siano sensibili a stimoli diversi da quelli fisiologicamente codificati, come posso non dubitare che anche in tessuti deputati a funzioni stereotipate siano presenti meccanismi particolari che generino reazioni misconosciute? Per esempio nella cultura popolare si è soliti ritenere il fegato non solo una ghiandola digestiva, ma anche l’origine della “ collera” che sappiamo bene essere uno stato d’animo ben definito; è ovvio che la scienza basi i propri presupposti su dati di fatto controllabili e ripetibili, ma è altrettanto ovvio che molte teorie, ritenute “ scientifiche” sono anche state scientificamente smentite e superate nel corso degli anni. Se proprio devo esprimere la mia opinione, non me la sentirei di abbracciare una teoria che contraddica, in modo categorico, tante intuizioni maturate nel corso dell’evoluzione umana, laddove anche queste appaiano fantasiose o prive di riferimenti moderni.

 

 

Il profumo  della personalità

 

 

Ritornando al tema vorrei aver la possibilità di caratterizzare le persone in base al loro profumo, così come la biologia ha fatto con i gruppi sanguigni. E’ fuor di dubbio che ciascuno di noi possiede un gruppo sanguigno, o meglio, è posseduto dal proprio gruppo sanguigno, nel senso che ogni sua cellula, pur diversa l’un l’altra come struttura e funzione, ha un denominatore comune a tutte le consorelle che costituiscono l’organismo in toto. Orbene mi chiedo se non sia lecito ricercare un altro denominatore che sia posseduto dalle cellule e se quest’ultimo non possa per esempio esser proprio il profumo. Profumo inteso come vibrazione vitale, come emanazione biologica che si rende percettibile alle cellule olfattive soltanto nella sua porzione terminale, a guisa di un iceberg di cui è visibile solamente la parte emersa che ben sappiamo, è solo la settima parte della sua massa totale; in effetti, come concetto non è poi così difficile da comprendere se prendiamo come esempio la vibrazione luminosa. Infatti, di questa il nostro senso avverte solamente la parte centrale, rimanendo cieco all’estensione delle sue bande laterali, l’infrarosso e l’ultravioletto, ampiamente presenti in natura (profondità degli oceani, infinità siderale); senza considerare che l’infrarosso denuncia la presenza di un corpo caldo, sì che la nostra persona si rende visibile nel buio all’occhio fornito di lente all’infrarosso. Non è casuale la similitudine: rosso = calore = vita =, viola = freddo = non-vita, come anche infrarosso = infra-vita, ultravioletto = ultra-vita; potrei azzardare nell’istessa misura vita = profumo, non-vita  = non profumo. In effetti, il profumo è prerogativa di materia vivente; che poi tale profumo sia gradevole al nostro umano olfatto o meno dipende dal fatto che la natura ci ha fornito di recettori atti a riconoscere e codificare come utili o amici certi odori e come dannosi e nemici certi altri. Ciò non toglie tuttavia che la stessa valenza utilità- dannosità, non possa estendersi ed ampliarsi anche per frequenze o vibrazioni abitualmente non disponibili; è la parte sommersa dell’iceberg che comunque esiste e vive in noi e che si manifesta utilizzando codici differenti.

 

 Ho detto all’inizio che il pensiero potrebbe essere una sorta di profumo che emana dalla nostra persona in continuazione, come un sudore dell’anima che viene avvertito solo da chi abbia la facoltà di “annusarci”; ed è proprio su tale prerogativa che può essere tentata una differenziazione.

 

 

I gruppo 0

 

 

 I gruppo “zero”, primitivi, selvatici allo stato brado, prettamente belluini, con una lunghissima predominanza storica (circa 30.000 anni) sugli altri gruppi, sono i più rappresentati numericamente e quindi i più diffusi; i loro profumi sono da ricercarsi forse in atteggiamenti mentali diretti, a rapida evoluzione, con costrutti semplici e prevedibili, tendenzialmente dominanti, ma rapidamente adattabili a caratteri più forti e quindi raramente vincenti, se non per la loro ostinazione e tenacia. Sanno di argilla, di muffa, di sottobosco umido, di nebbie basse e di afrori di savana, di acido formico e di sterco selvatico, di fragole di bosco e di bacche odorose di katgiou, di pelli scuoiate e essiccate, di fumo forte di caverna.

 

 

I gruppo A                               

 

hanno profumi totalmente diversi; lentamente costruttivi, ripetitivi fino alla noia, amano costrutti regolari e gradualmente ampliabili, preferendo le soste agli attacchi, le attese alle iniziative, preferendo reagire piuttosto che agire; il loro profumo sa di focolare domestico, di minestre sempre eguali tutto l’anno, di attività stanziali e stagionali come i raccolti e le macine polverose, di cicli lunari e di maree, di paglia bagnata dalla pioggia, di latrine, di fango di fiume e di alghe, di interiora e di carni arrostite, di stallatico.

 

 

I gruppo B

 

Per contro i gruppo B emanano profumi forti, quasi esotici, imprevedibili quanto talvolta fastidiosi nelle loro proteiformi sfaccettature, sensuali e pericolosi, alla stregua del loto, dolce, avvolgente e distruttivo per la memoria; più evoluti esercitano più di tutti quella funzione “ auxinica” sulle persone che vivono loro accanto, ora attraendole, ora respingendole con la stessa facilità di un passaggio di nubi in un cielo estivo. Sanno di spezie, di incensi, di serragli, di umori organici, di aromi di mosto e di cantina, di olii essenziali, di spume di mareggiate, di orina di cavallo, di quello strano afrore di pugna misto di sangue dolciastro dei vinti, di sudore agliaceo dei pavidi, di sapore di potenza dei vincitori.

 

 

I gruppo AB

 

Il mistero avvolge ancora l’odore degli AB, fatti di A e di B e di 0, mescolanza ora gradevole ora ostica, ma sempre imprevedibile; recettivi e per nulla propensi a concedersi, hanno il profumo ingannatore del mercante che si mescola a quello schietto dell’asceta, alla guisa di chi ti dona con una mano nell’istesso momento in cui ti deruba con l’altra. Profumano di ferri battuti, di legni lavorati e incerati, di vernici e di alimenti affumicati; di stie e di angiporti, di taverne e di oratori, di selciati umidi e di aie assolate e ricolme di granaglie. Come i loro padri B prediligono odori di cavallo e di stalla, di concimi e selvaggine, poco sensuali e tendenzialmente violenti.

 

  

 

Terza narice?

 

 

Non sarebbe poi tanto azzardata l’ipotesi di ricercare una “ terza narice” che ci offra la possibilità di avvertire il profumo del pensiero. In altro campo e con altre modalità è possibile ottenere soluzioni ad un quesito simile; mi riferisco a quei poster che andavano in voga qualche anno fa. Apparentemente si presentavano come una serie di linee e punti colorati, già di per sé cromaticamente gradevoli, ma del tutto insignificanti dal punto di vista figurativo. Se però si imponeva agli occhi una “certa” distorsione che alterava la convergenza del cristallino, improvvisamente si sfocavano tutte le parti amorfe e comparivano figure bellissime e oltretutto tridimensionali: pesci che nuotavano in acque stupende, dinosauri che atterrivano, rassicuranti valli montane con baite in lontananza. Con una piccola concentrazione ed una dolce violenza ai muscoli oculari, si manifestava una realtà (anche se riprodotta) stupenda, quale mai era dato osservare anche nel più bello dei quadri; e che fosse realtà lo si deduceva dalla profonda emozione che si liberava. Era però sufficiente una piccola distrazione per ritornare allo stato confusionale precedente e con un forte desiderio di richiamare le immagini appena svanite. Tale situazione, anche se frutto di un costrutto artificiale, è però significativa per proseguire il cammino che vogliamo intraprendere; escludendo a priori la più banale delle osservazioni che potrebbe essere quella di considerare l’olfatto un senso non evocabile e quindi non riproducibile con altre mistificazioni.

 

Il postulato iniziale è quello di scoprire se non esistano altri recettori, oltre quelli comunemente disponibili, in grado di decodificare stimoli che vengono emessi dalla nostra materia vivente; a questo punto devo precisare i presupposti sui quali si fonda la mia convinzione nel senso che ciò che andiamo ad indagare poggi su di un razionale scientifico o almeno presunto tale.

 

Vedremo in seguito su quali basi scientifiche poggi tale mia convinzione.

 

 

 

 Il naso

 

Nell’accezione comune ricorrono solitamente espressioni del tipo “ fiuto per gli affari” come anche “ subodorare un’insidia” oppure “aver naso” per qualcosa; saranno pure modi di dire, ma è indubbio che il senso dell’olfatto viene utilizzato con valenze che sono più legate ad un’intuizione che non ad una fragranza particolare. Mi sembra pertanto di poter leggere in queste espressioni un’amplificazione delle reali possibilità che solitamente si attribuiscono al senso dell’olfatto, amplificazione costituita da un impulso che si forma “ dentro”, quasi che venga prodotto da una serie di stimoli sub-liminali che corrono su canali diversi da quelli dell’olfatto vero e proprio, anche se alla fine confluiscono negli stessi centri di destinazione. L’ “aver naso” in tal caso equivale, infatti, ad intuire, percepire, sentire, prevedere per esempio le conseguenze di un’azione, di per sé magari innocente o, quantomeno innocua ai più, quasi che fosse dotata di un odore particolare. Tale odore si rivela però soltanto alla “ terza narice” di qualcuno, con il risultato di mettere in guardia o di stimolare una reazione nel soggetto che la possiede; tale individuo agirà pertanto esattamente come quello che, in condizioni normali, abbia avvertito un cattivo od un buon odore.

 

 Dicevo però sopra che tale prerogativa può allargare di molto il campo della conoscenza, come potrebbe capitare ad una persona che conoscendo più lingue si esprima in maniera molto più raffinata; in tal senso sta correndo la nostra ricerca.

 

Ora la domanda è: esistono odori particolari che possono facilitare o favorire, alla guisa di catalizzatori, la stimolazione della “ terza narice”?; il che in parole povere può anche tradursi: esistono odori che possano entrare in sintonia con il pensiero che sappiamo essere il profumo del nostro cervello? Certo non sarebbe male poterlo scoprire!. Ritengo che nel momento stesso in cui si localizzi questa relazione, potrebbero aprirsi tante porte nella conoscenza della nostra interiorità.

 

L’aromaterapia corrente basa il suo presupposto su concetti di questo genere, ma penso che per ora si utilizzino mezzi molto grossolani; infatti non mi risulta che esista diversità di trattamento per individui di gruppo sanguigno diverso, che non si tenga conto del livello evolutivo degli elaborati cerebrali, essendo più facile e comodo giocare esclusivamente sulle proprietà del profumo piuttosto che non su quelle del soggetto “ odorante”. Non so chi abbia stabilito, né con quali presupposti, che il bergamotto rilassa, mentre il patchouli eccita; di certo si tirano in ballo motivazioni disparate che vanno dalle pratiche induiste, a quelle vibrazionali. Non nego di certo la grande esperienza in merito che deriva dalla cultura orientale (patria dei profumi), ma sono anche convinto che, volendo, si possa dare una spiegazione “ occidentale” ai tanti fenomeni che sono troppo intrisi di mistero o di fascino, quando addirittura non ci si dato di imbattersi in mistificazioni solenni. Parlo così dopo aver trovato la spiegazione alle proprietà curative delle resine terpeniche, incenso e mirra ed aver in qualche modo fornito una versione meno misteriosa ai doni portati dai Re Magi al nostro Salvatore, senza peraltro nulla togliere alla loro preziosità simbolica.

 

 

Naso e spirito

 

Abitualmente il naso viene utilizzato a fini quasi esclusivamente respiratori; dalle pratiche ayurvediche, dalla ricerca del proprio karma così come nella “ pulizia” dello stesso, a tutte le attività sportive, classiche e orientali, la respirazione nasale gioca un ruolo molto importante. Inalare alternativamente da una narice ed espirare dall’altra, dosare la quantità di aria nei polmoni, educare il ritmo respiratorio e cos’altro, richiede una perfetta conoscenza dell’attività nasale, quasi che solo per questa via l’organismo introduca il carburante ottimale alle proprie esigenze. L’atto del respirare acquisisce quasi una ritualità, viene nobilitato lo “ spirto vitale” a valenza sovrannaturale mentre si allontana, in una sorta di nebbia celestiale, la natura anatomica e materiale dell’organo vettore.

 

A ben vedere però il naso ha una struttura ben più complessa di quanto appaia in superficie:  penetra molto profondamente nell’architettura del cranio, estendendo la sua superficie interna a ben cinque “ seni ” (mascellare, frontale, etmoideo, sfenoideo e accessori fra questi due ultimi). Queste strutture, la cui funzione è usualmente quella di regolazione della temperatura, umidità e pressione e di sterilizzazione dell’aria inspirata, rendono la respirazione nasale ben più impegnativa di quanto non si creda. Se per altro introduciamo anche la prerogativa olfattiva che anatomicamente è dislocata in una piccolissima area in prossimità dell’etmoide, quasi sul tetto del naso a guisa di antenna ricetrasmittente, l’organo in questione comincia ad assumere un interesse di non poca importanza.

 

A questo punto verrebbe da chiedersi se per caso tra le due caratteristiche (respiratoria ed olfattiva) non possa esistere un nesso più stretto di quanto riportato sui freddi testi di anatomia e fisiologia umana o comparata; vale comunque la pena di indagare, con l’intendimento di lasciare tutt’al più le cose come le abbiamo trovate in caso di insuccesso.

 

Come mai per esempio il naso si affonda così profondamente nella scatola cranica? e soprattutto in maniera così ampia? Se esaminiamo l’occhio, la cui importanza appare a tutti evidente, è alloggiato in relativamente piccole cavità craniche anche se ben protette; l’orecchio occupa spazi più esterni che interni al cranio; non consideriamo il gusto ed il tatto perché per motivazioni diverse hanno scarsa rilevanza anatomica con il cranio. Il fatto che il naso mantenga il suo dominio su un’ampia area del cranio mi autorizza a pensare che abbia instaurato rapporti di buon vicinato con inquilini molto nobili ed importanti alla vita di relazione, vegetativa e intellettiva. Pensiamo per esempio alle ghiandole endocrine quali l’epifisi e l’ipofisi, strettamente avvolte dai seni paranasali, all’organo dell’equilibrio, il vestibolo e la coclea, confinanti, ai nervi ottici circondati dai seni frontali, ai gangli sfenopalatini, otici e ancora all’intreccio di nervi parasimpatici che conducono correnti da e per la periferia, per non parlare delle meningi e del cervello vero e proprio che, con la sua porzione fronto-temporale si appoggia sul tetto dei seni fronto-sfenoidali. Sembrerebbe ad un’indagine superficiale che non possa avvenire nulla in periferia senza che il naso non ne sia avvertito o in qualche modo interessato.

 

 

Recettori olfattivi

 

Esaminando più da vicino il meccanismo della stimolazione recettoriale dei nervi olfattivi sappiamo che questa viene attivata dalle variazioni della concentrazione fluidoionica che si forma negli spazi aerei del naso; in tal modo le particelle odorose vengono umidificate, scaldate e pressurizzate prima di fluire sulla superficie recettoriale olfattoria che invia la stimolazione nervosa al bulbo olfattivo del rinencefalo e alle strutture sottocallose e sottotalamiche. Il fatto che dal talamo non partano fibre olfattorie verso la corteccia rende impossibile la memorizzazione degli odori che proprio per tale ragione non possono essere richiamati in modo volontario; ciò non vuol dire però che non esistano altri sistemi per giungere ai centri di elaborazione dati e penso che proprio su questo fatto verta il succo della nostra indagine.

 

Dobbiamo per altro considerare che le sensazioni olfattive subiscono variazioni di intensità in relazione a particolari stati endocrini; il ciclo mestruale può acuire o trasformare la percezione olfattiva di molte donne, come del resto si nota abitualmente in gravidanza. La fame e l’appetito acuiscono il senso dell’olfatto. Negli invertebrati, serpenti per esempio, gli organi olfattivi sono allocati sulla lingua assieme a quelli del gusto e si presume che siano così acuti da far avvertire l’odore della “ paura” della preda. Tale riflessione potrebbe fornirci uno spunto per la nostra trattazione.

 

 

Cammina, cammina…..

 

Indubbiamente il cammino che stiamo percorrendo procede in maniera faticosa per le molteplici asperità che si presentano ad ogni piè sospinto; ad esempio sarebbe interessante capire con quali caratteristiche il pensiero si manifesta alla nostra attenzione. Ad un’indagine immediata mi pare di vedere uno schermo bianco che definirei attenzione sul quale vengono proiettati gli elaborati del pensiero, che in tal caso possono essere paragonati ad una pellicola cinematografica. L’impressione delle varie scene avviene in altre sedi, con il concorso di innumerevoli attori : immagini visive filtrate e analizzate, stimolazioni acustiche, tattili e olfattive che, previe elaborazioni in centri di montaggio, entrano in scena. Tutte queste informazioni attingono però in misura diversa ulteriori informazioni ai centri di memorizzazione, scegliendo, a seconda delle circostanze, richiami e integrazioni che nulla hanno a che fare con la tipologia dello stimolo iniziale, essendo la regia (concetto che si vuole esporre) in ultimo, quella che dà una sequenza logica ai fotogrammi ed un senso alla scena che si vuole rappresentare (pensiero): a questo punto l’elaborato finale può essere proiettato sullo schermo. L’espressione sonora delle scene che si succedono richiede il ricorso ad altoparlanti che possono essere attivati (parola) o silenti (dialogo interiore); nel primo caso però è possibile un’ ulteriore affinamento della proiezione con il ricorso ad una terminologia in cui ogni espressione verbale, così come ogni suono legato alle parole, implica concetti e significati che amplificano le scene che si stanno rappresentando. Nel secondo caso, dialogo interiore, la scena si svolge in tempi più rapidi, così rapidi che di solito è impossibile cogliere il momento di inizio e di fine del processo rappresentato; in tali spazi albergano le forme più raffinate del pensiero e la traduzione verbale non rende bene giustizia alla loro grandezza: intuizione, emozione, meditazione, attrazione con tutte le        “ patìe” annesse.

 

Non so se vi siate accorti che stiamo girando intorno al concetto base della nostra avventura; il pensiero è un’emanazione complessa del cervello e può restare “ dentro” o uscire all’aria aperta con una serie di suoni della laringe, di mimiche e di atteggiamenti, di espressioni oculari. Ora mi chiedo: esiste un’antenna trasmittente? Di certo è possibile misurare l’attività bioelettrica del cervello ed ultimamente ricercatori giapponesi sono riusciti addirittura ad evidenziare con strumenti molto sofisticati (termoTAC) le zone cerebrali dove si forma il pensiero, almeno nella sua forma bruta; quindi se esiste una bioelettricità esiste anche il meccanismo per la sua trasmissione e ricezione (telepatia). Orbene quando queste onde viaggiano libere nello spazio perché non potrebbero venire intercettate da recettori diversi?

 

        Eccoci sotto le mura della città da espugnare: COME FARE AD ENTRARE?

 

                                                          

 

Quesito iniziale:

 

A tal proposito mi viene spontanea una riflessione: accettando l’affascinante teoria che il pensiero umano  non sia altro che profumo, quanti e quali raffinati recettori  sono in ascolto?

 

 

Divagazioni storiche….

 

Il primo tassello di questo ideale cavallo di Troia potrebbe essere quello di indagare sopra un riflesso condizionato, abbastanza abituale nel nostro comportamento. Mi riferisco al fatto che quando si annusa qualcosa di particolarmente piacevole o di sconosciuto si chiudono gli occhi e, sicuramente, potendolo fare, si chiuderebbero volentieri anche le orecchie. Chi ci ha insegnato questo automatismo? E’ forse frutto di un’educazione della gestualità o non è forse legato ad un meccanismo che affonda la sua persistenza in qualche tratto genetico? Ed ancora quali possono essere le connessioni tra le vie olfattive e quelle della visione?

 

L’atto dell’annusare acquista una valenza quasi ieratica, come se tutta l’anima partecipasse alla soddisfazione di una percezione  celestiale, oppure, nel caso di una fragranza sconosciuta, si impegnassero energie particolari nello sforzo di elaborare e di classificare quel particolare odore, confrontandolo, nel giro di pochissimi attimi, con quelli codificati. Sembra di vedere scorrere su di uno schermo tutta la serie di immagini olfattive fino ad arrivare alla contrapposizione di confronto con l’odore in esame, scelta nella  gamma di quelli noti.

 

E’ altresì risaputo che esiste uno stretto legame tra gli odori e le emozioni, sì che Sir William Temple già nel 1690 scriveva” l’uso delle fragranze non è contemplato dalla medicina moderna   (sic!), mentre potrebbe rivelarsi utile, considerato che vi sono odori che inducono alla depressione e altri invece, che suscitano passioni e ispirazioni…..” Osservazioni che sono di un’attualità impressionante; e visto che siamo nel campo delle citazioni, cosa dire di questa di Rudyard Kipling “ più delle immagini o dei suoni, gli odori riescono a toccare i precordi…….”, od ancora di quest’altra di Oscar Wilde nel “ Ritratto di Dorian Gray” “ ….più volte cercò di elaborare una vera psicologia dei profumi calcolando le varie influenze di radici odorose, di fiori ricchi di polline, di balsami aromatici, di legni fragranti: del nardo che illanguidisce, della ovenia che rende folli, e dell’aloe che, dicono, libera l’animo dalla malinconia………Si accorse che non c’era stato d’animo che non avesse una corrispondenza nella vita dei sensi e tentò di scoprire le loro vere relazioni domandandosi perché l’incenso spinge al misticismo, l’ambra eccita le passioni, le violette risvegliano il ricordo dei morti amori, il muschio turba l’intelletto, la magnolia ravviva l’immaginazione…….”

 

Più sopra ho tentato di immaginare le caratteristiche organiche legate ai gruppi sanguigni e la tipologia genetica degli odori; beh! Credo proprio di essere sulla strada giusta sapendo ora che esistono fragranze base, classificate in base ad esperimenti, come: fragranze marine, fragranze di fieno, dei boschi e dei fiori.

 

 

Divagazioni genetiche

 

Non è azzardato immaginare quali potessero essere gli odori famigliari ai nostri lontani progenitori, avvertiti per migliaia di anni, nelle savane, nelle foreste, nelle caverne così come negli anfratti di roccia in riva al mare, lungo i fiumi o ancora sopra piante al riparo dai predatori, nel correre delle stagioni ora pregne di caldo tropicale, ora di  piogge violente o di bufere di vento, mentre animali d’ogni sorta popolavano ogni luogo spargendo i loro umori, forti e penetranti; l’olfatto costituiva un rapido mezzo per la localizzazione di prede o per l’individuazione di aggressori come anche per scavare terreno che celasse tuberi o radici edule dall’odore amico. Nel correre del tempo tutti questi odori sono penetrati talmente in profondità da legare probabilmente le loro molecole a tratti di DNA per rimanere disponibili al richiamo non appena si verifichi la circostanza di rievocarli . Ed allora ecco emergere dal buio del passato preistorico atteggiamenti di difesa, di vigile guardia, di abbandono, di aggressività che lasciano interdetto l’individuo nel momento stesso in cui si accorge di un comportamento a lui inusuale; se da un lato lo stupore di un simile atteggiamento viene rapidamente allontanato, come momento fastidioso, o accettato di buon grado come piacevole, dall’altro non sarà mai possibile fornire una spiegazione logica, dal momento che sono cambiate le condizioni sociali e ambientali nelle quali tali atteggiamenti possano trovare una ragione d’essere. C’è da chiedersi a questo punto quanta parte alberghi nel nostro cosiddetto “ subcosciente” che non sia frutto diretto di esperienze individuali, avvenute in periodi neonatali o infantili e magari rimosse perché spiacevoli, e quanto, per contro, non sia frutto di immagazzinamento genetico e stipato da qualche parte del nostro enorme patrimonio. Presumo che esista un solo sistema per tentare un’indagine plausibile: stimolare l’olfatto che, sappiamo, ha la prerogativa di richiamare rapidamente ricordi antichi e antichissimi, formatisi sia in periodi infantili, magari anche prenatali (sappiamo infatti che il feto ha la possibilità di avvertire gli odori del liquido amniotico), sia in periodi ancestrali dai nostri lontanissimi progenitori.

 

In tale senso vale per il profumo, quello che sappiamo essere per gli alimenti e quindi la mia convinzione che la facoltà di riconoscere, apprezzare o respingere un profumo o, meglio, un odore, sia strettamente legata e dipendente dal gruppo, non sarebbe del tutto peregrina.

 

A questo proposito mi sembra di cogliere uno spunto interessante, partendo dal concetto di ricercare un trait d’union che colleghi l’uomo primordiale a quello d’oggi, tratto che sia rimasto inalterato nel corso dei millenni e nell’evoluzione delle razze; per quanto possa sembrare azzardato questo tentativo, mi pare di non sbagliare se lo pongo nella donna e, precisamente nel suo stato di gravidanza.

 

 

Gravidanza e olfatto

 

 

 La donna di oggi, infatti, conduce la gestazione esattamente come la sua antichissima progenitrice, in tutto il mondo e sotto qualunque parallelo: lo stato di gravidanza ed esattamente i primissimi mesi di gestazione racchiudono e sviluppano forze che sono strettamente connesse alla sopravvivenza della nostra specie e, in quanto tali, non possono di certo soggiacere a capricci  o a mode contingenti. Dopo i primi mesi, in qualche modo possono sovrapporsi  fattori estranei che distraggano il naturale corso; basti pensare a tutta quella serie di esami cui la donna del mondo industrializzato viene regolarmente sottoposta, sì che frequentemente finisce per affidare il corso della propria gravidanza ai controlli di persone estranee che gestiscono in qualche modo un processo naturale. Il primo periodo di gravidanza è però caratterizzato da una serie di assestamenti e modificazioni endocrine e psicologiche che ripetono con molta approssimazione situazioni simili da sempre fin dalla notte dei tempi. Una di queste modificazioni consiste per esempio in una particolare sensibilità per gli odori, tanto che non è inconsueto raccogliere testimonianze da molte donne che definiscono sgradevoli profumi prima graditi, altre insopportabili odori che prima non avvertivano e così via.

 

Secondo me tali disosmie hanno una ragione ben precisa: in tale periodo infatti possono riemergere sensibilità per odori antichi la cui conoscenza genetica è stata integrata in qualche digitazione telomerica cromosomica nel corso di millenarie presenze ambientali; donne con gruppo 0 hanno avvertito per millenni odori di escrementi di belve, di savane riarse, di humus di foreste, di argille umide delle grotte, di fumo di legna, di  carni sanguinolente. Per contro le gravide di gruppo A hanno immagazzinato odori di cereali maturi, di paglie bagnate dalle acque torrenziali, di pesci fluviali, di bestiame, di terre cotte al sole; la nostra donna avvertirà pertanto gli stessi odori e li troverà sgradevoli perché non più abituata, li troverà famigliari anche se forti perché i geni ancestrali scatenano memorie sopite da millenni in presenza di stimoli olfattivi analoghi. Ecco quindi il filo mai interrotto con il nostro lontano passato; traccia odorosa di vita primordiale che oggi avvertiamo sgradevole come sgradevole può essere il richiamo alla propria umile estrazione da parte di chi crede di aver acquisito livelli sociali evoluti.

 

Sempre considerando  la donna in istato di gravidanza, non può apparire casuale l’osservazione che non esista altra circostanza simile nell’omeostasi del nostro organismo in cui si verifichino, in tempi relativamente rapidi, tanti nuovi assestamenti ormonali: nuove regole pilotano nuovi equilibri in tutto l’asse endocrino, con conseguenti ripercussioni sulla psiche e sul sistema immunitario; sembra quasi di assistere alla mutazione di una larva in pupa: la donna subisce un rimaneggiamento totale che qualche volta si rende manifesto anche somaticamente. Non stupisce quindi che l’olfatto ( le cui correlazioni con il sistema endocrino sono ampiamente note) sia l’unico senso a subire sollecitazioni che in qualche modo richiamino meccanismi mai utilizzati in altro modo, data anche la sua connessione con il sistema limbico e ipotalamico( paleopallio); possono, solo in tale situazione fisiologica, aprirsi le vie che richiamano tratti di memoria ancestrale e che pertanto vengono decodificati secondo una valutazione critica non cosciente o, quantomeno, attuale. Sono così avvertiti come sgradevoli odori semplici che o non siano stati geneticamente memorizzati ( per esempio l’odore del cuoio dai gruppi 0) oppure odori memorizzati, ma resi troppo violenti perché violentemente richiamano quelli ancestralmente famigliari ( per esempio l’odore di escrementi di stalla per i gruppi B).

 

Non è strano constatare per altro la variazione di gradimento per profumi, sottoponendo le stesse donne al test colorimetrico delle fragranze; profumi graditi, possono divenire indifferenti o sgradevoli, come addirittura variare del tutto come categoria se riodorati nei primi mesi di gravidanza.

 

Una riprova di quanto   sia importante la relazione tra gestazione e olfatto, la si potrebbe controllare percorrendo il cammino a ritroso nelle donne che presentano iperemesi gravidica; a ritroso nel senso che stimolando l’olfatto di queste donne, l’iperemesi dovrebbe diminuire sia di intensità che in frequenza di accessi.

 

 

Osmie e gravidanza

 

 

 

                               1            2           3           4           5            6

 

Ricerca condotta presso il Reparto di Ostetricia dell’Ospedale di Rivoli su 85 donne in istato di gravidanza dal 1° al 3° mese; come è dato vedere nei soggetti di Gruppo 0 vi è una netta prevalenza della Normosmia ( 14) e della  Iperosmia( 14) ( casi esaminati 40); sui gruppo A ( casi esaminati 30) la percentuale delle iperosmie (13) è nettamente superiore; così come nei gruppo B (8) ( casi esaminati 13) e negli unici due gruppo AB. Da rilevare la disosmia ( 6) negli 0 così come la cacosmia ( 4), presente in alta percentuale ( 5) nei gruppo A. L’iperosmia è risultata assai elevata nei gruppo B ( 8).  

 

Interessante a questo proposito, è la valutazione della sensibilità individuale al profumo dell’incenso, resina ancora oggi nota e utilizzata; pensate che il suo impiego si perde nei meandri della nostra storia. Non è qui il caso di dissertare sulla sua storia, dal momento che finiremmo facilmente fuori strada; ma  perché il suo aroma è avvertito come gradevole o sgradevole da tante persone? Nella mia ricerca ho potuto constatare che  il suo profumo viene riconosciuto immediatamente da individui che raramente hanno avuto la ventura di sentirne la fragranza che per altro richiama ambienti sacri; ad un’indagine ancora superficiale, posso dire che  i gruppi B e AB raramente lo avvertono come fastidioso, mentre gli 0 e gli A manifestano atteggiamenti contrastanti , ma solitamente negativi; addirittura in molti 0 la sola percezione del suo profumo determina sensi di soffocamento. La spiegazione di questo comportamento potrebbe essere avanzata pensando alla grande quantità di incenso ( e di mirra) che è stata impiegata nei templi durante i riti sacrificali, nelle case  per evocare la benevolenza degli dei come anche per esorcizzare malanni e addirittura nei luoghi pubblici come teatri i stadi, per stimolare il raccoglimento di pubblico e di attori o degli atleti. Una particolarità che è interessante sapere riguarda proprio l’impiego dei vapori di incenso nei teatri, per il fatto che in tali condizioni la propagazione della voce aumentava oltre misura; potrebbe essere anche questa proprietà ad aver tramandato fino ai giorni nostri l’usanza di utilizzarlo nelle chiese e cattedrali, durante le cerimonie cantate.

 

 Sappiamo beneche in tale periodo storico l’uomo aveva acquisito il gruppo B per il quale, quindi, l’odore dell’incenso era diventato abituale, oltretutto legato ad una forte valenza spirituale; ciò comunque non vuol dire che tale aroma sia particolarmente gradito, nel senso che  una cosa è la non avversione ed un’altra è il gradimento.

 

 

 

 

Test di Rosette

 

 

Da una nostra ricerca statistica preliminare, eseguita utilizzando il Test delle Fragranze di Rosette e applicandolo ai quattro gruppi, possiamo dedurre  che il gruppo B presenta una tendenza di gradimento verso  la linea fresca-verde come anche per quella floreale ( nella varietà floreale pura, floreale-aldeidica ); manifesta avversione, per contro, nei confronti  delle linee orientale, cipriata e floreale-fruttata. Tali dati sarebbero in apparente contrasto con la fragranza dell’incenso il cui aroma è però strettamente connesso al suo grado di purezza; infatti l’incenso puro, quello prodotto in Oman o nello Yemen od ancora in Somalia ( altopiano delle Migiurtinia), emana un piacevole profumo di limoncino o di resina di pino, che notoriamente sono profumi freschi; quello bruciato oggi nelle chiese è ben lungi dall’essere puro, per cui l’aroma muschioso o dolciastro memorizzato dal nostro sistema limbico nel periodo infantile, è sicuramente adulterato. 

 

Per curiosità riportiamo una classificazione messa a punto dal Prof. G. H. Dodd dell’Università di Warwick in Inghilterra, secondo la quale le profumazioni fresche avrebbero registrato una percentuale più alta nei soggetti estroversi, mentre in quelli introversi prevaleva la tendenza ai profumi orientali; nei soggetti ambivalenti la preferenza era riferita alle fragranze floreali-cipriate. In tal caso appare curiosa l’osservazione che il gruppo B tendenzialmente tenda all’estroversione, mentre sia negato all’introversione.

 

In questa ricerca preliminare in cui è necessario un approccio graduale anche se faticoso alla teoria della percezione odorosa dei nostri pensieri, non sarebbe azzardato ipotizzare che come esistono stimoli olfattivi afferenti, vale a dire , che dalla periferia raggiungono i centri cerebrali di riconoscimento ( per usare un termine moderno, di decodificazione), nello stesso modo ne esistano altri che dai centri raggiungano la periferia; potrei pensare che come  questi inducono evocazione  di memorie ancestrali e quindi di emozioni e di atteggiamenti psicologici, così lo stimolo olfattivo, nato nei centri ipotalamici, possa altresì indurre modificazioni particolari una volta raggiunta la periferia; orbene, essendo nota la medesima origine ectodermica del tessuto nervoso e di quello cutaneo, non sarebbe troppo fantasioso affermare che la cute, tra le varie funzioni note, possa rappresentare anche il recettore periferico dell’attività cerebrale più nascosta. Pensiamo al comportamento di uno stimolo visivo: il nervo ottico, raccolti gli stimoli della retina, conduce le informazioni visive ai nuclei talamici ( pulvinar e tubercoli quadrigemini anteriori); dopo la lettura da parte dei centri corticali, le informazioni raggiungono la periferia in tutti i settori di competenza ( muscoli mimici, scheletrici , apparato endocrino ed esocrino, apparato circolatorio, etc.) dando in tal modo la conferma che l’informazione visiva ha esaurito il suo compito; in altre parole l’occhio informa il cervello per indurlo a differenziare le sue risposte in base ai tipi di situazioni “ viste”; e così, come il nervo ottico, si comporta anche il nervo acustico.

 

 Nel caso dello stimolo olfattivo le cose però non vanno esattamente nello stesso modo; tanto per cominciare le sue fibre hanno una particolare caratteristica anatomica che le differenzia da tutte le altre; infatti il corpo cellulare del neurone primario è situato nell’organo periferico stesso ed è stimolato direttamente senza l’intervento di una cellula recettiva specializzata. Nessun altro meccanismo sensoriale possiede entrambe queste caratteristiche.

 

 

 

Ghiandole odorose

 

Un’altra considerazione degna di nota è quella che il nostro organismo produce sostanze odorose, così uniche tanto da poter essere paragonate alle impronte digitali; mi riferisco al prodotto delle ghiandole apocrine ascellari e areolari mammarie il cui secreto è inizialmente inodoro per assumere  successivamente una caratteristica odorosa particolare ad opera dei batteri autoctoni ed alla secrezione umida delle ghiandole eccrine                   ( sudoripare). Ogni individuo produce pertanto un odore  specifico che già di per sé è in grado di stimolare l’apparato olfattivo proprio; interessante è il fatto che l’adrenalina aumenta in modo vistoso la produzione del secreto ghiandolare sia eccrino che  apocrino. Orbene sappiamo che questa sostanza viene prodotta dalle ghiandole surrenali in particolari momenti ( stress, paura) emotivi e non pare pertanto azzardato affermare che qualunque stimolo esogeno o endogeno, atto ad aumentare la produzione di adrenalina, sia responsabile dell’odore che emettiamo ( odore della paura). Seguendo tale ragionamento potremmo anche ipotizzare che sia sufficiente stimolare il surrene per emettere un odore; possono i pensieri stimolare il surrene? Possono, eccome! E’ sufficiente ricordare quanto importante sia lo stimolo sessuale o quello psico-fisico           ( sport) per avere un’idea di quanto stretti siano i legami tra questi meccanismi.

 

Come abbiamo sopra accennato, la cute  potrebbe ricoprire anche il ruolo di ricevere stimoli odorosi, direttamente dai centri, funzionando in tal caso in senso inverso, come se fosse un cervello periferico in grado di decodificare impulsi generatisi direttamente nella corteccia, da formazioni psicogene ( pensieri). Potrebbe in tale situazione emettere un particolare odore attraverso l’attivazione di secrezioni apocrine ed eccrine; in tale caso si verificherebbero le condizioni possibili per avvertire sensorialmente il pensiero data la variabilità del secreto prodotto.

 

 

Il profumo degli asceti

 

Sotto quest’aspetto, anche se eccezionale, è risaputo che esistono particolari individui, solitamente dotati di forte spiritualità, che emanano un profumo gradevolissimo, molto personale e non riproducibile in alcun modo; la letteratura riporta che tale fragranza ricorda il profumo di rosa o di gelsomino. Esaminando tale proprietà appare evidente la possibilità di rendere manifesti olfattivamente i pensieri che  emanano dal nostro cervello, anche se sono convinto che la questione sia da ricercarsi non tanto nella direzione dell’emissione di particolari odori, quanto per contro nella facoltà di percepirli; qui ritorna il concetto della “ terza narice”, vale a dire la proprietà di avvertire olfattivamente l’emissione degli effluvi della mente. Tale facoltà, per quanto teoricamente possibile, richiede indubbiamente un percorso di apprendimento dal momento che alla pari di qualsiasi esercizio fisico, è necessaria una metodica che sviluppi sensibilità dormienti, anche se presenti nel nostro sistema nervoso. Non dobbiamo dimenticare che lo stimolo olfattivo è attivato da molecole e non da vibrazioni elettromagnetiche ottiche o sonore e che parimenti le ricerche sul cervello hanno sempre indagato sulle proprietà elettromagnetiche di quest’organo; le potenzialità dei chemiorecettori, quali quelli osmici, sono state abbastanza trascurate o solo parzialmente studiate, per cui non c’è da stupirsi se l’aspetto “ aromatico” di alcune porzioni di encefalo sfugge alla catalogazione scientifica. Non per questo mi sembra di dover reputare inutili o quantomeno gratuite indagini conoscitive, alle cui premesse se  ancora non sono state fornite opportune spiegazioni, di certo non si può asserire che non possa esistere una plausibile o convincente soluzione.

 

 

L’odore del malato

 

Ad avvalorare questa ipotesi può servire l’osservazione che molte persone sofferenti di disturbi intestinali, quali stipsi cronica o colite spastica, manifestano solitamente disosmie o anosmie. La spiegazione più plausibile potrebbe essere quella che una disfunzione dell’intestino e quindi dell’assorbimento, possano interferire con una funzione molto distante sia anatomicamente che fisiologicamente; come potrebbe infatti l’intestino condizionare un’attività così sofisticata come quella olfattiva?

 

In tale direzione, vale a dire quella intercorrente tra alimentazione e osmia, non sarebbe male indagare; la domanda potrebbe essere “ possono gli alimenti favorire od ostacolare la sensibilità olfattiva?”. Se si accetta come valida la relazione tra gruppo sanguigno ( e quindi tra costituzione genetica) e alimenti, potrebbe in effetti correre un rapporto abbastanza plausibile tra olfatto e alimento; infatti abbiamo visto che alimenti incompatibili con il gruppo possono innescare malattie autoimmuni, soprattutto mirate su cellule nervose ( forse perché dotate di maggior afflusso di sangue). In tale situazione anche le strutture della zona olfattiva potrebbero rappresentare un bersaglio dell’aggressione autoimmune; sono stati descritti casi di disosmie o anosmie in individui che consumano grandi quantità di proteine carnee o di carboidrati ( uricemici e diabetici) o in quelli affetti da malattie intestinali acute ( tifo e paratifo, enteriti batteriche) o, ancora, da malattie intestinali croniche ( colite ulcero-emorragica, Chron). In tutti i casi la produzione di autocomplessi e la successiva formazione di autoanticorpi era presente, per cui non me la sentirei di attribuire la disosmia soltanto a turbe metaboliche, ben conoscendo il legame esistente tra questo tipo di affezioni e la incompatibilità alimentare. Personalmente ho notato un graduale ricupero di normosmia con la semplice eliminazione di molti alimenti non compatibili con il gruppo. Altra osservazione di non poco conto è quella che individui che si alimentano in modo molto contenuto e corretto, presentano una spiccata sensibilità olfattiva.

 

A questo punto è evidente che per poter avvertire od emettere il profumo del pensiero occorre anche rispettare un’alimentazione compatibile con il proprio gruppo sanguigno, quasi che quel sottile e sofisticato sistema rice-trasmittente che alberga in qualche parte del cervello trovasse modo di attivarsi soltanto se non trattenuto da interferenze metaboliche o immunitarie.

 

 

 

Osmie e intestino

 

 

Interessanti a questo proposito sono dei dati preliminari ai quali non sono ancora riuscito a dare una spiegazione; vale comunque la pena di segnalarli, in attesa di ampliare la casistica raccolta da una mia collaboratrice.

 

I casi esaminati sono 122 di cui 69 affetti da stipsi più o meno ostinata e 53 da colon irritabile.

 

Dei primi, 37 erano di gruppo 0, 21 A, 11 B e nessuno di gruppo AB; dei secondi 29 0, 16 A, 3 B e 2 AB.

 

I rilevamenti sulla sensibilità osmica sono stati suddivisi in iposmia, normosmia e iperosmia.

 

Tab.1  Stipsi  ( 69)

 

      Gruppi         Iposmia       Normosmia           Iperosmia
       0               21               11                    5
       A                 9                 6                    6
       B                 7                 4                    0
    AB                 0                 0                    0

 

                                                    

 

    

 

                                                              

 

                                     

 

 

 

 Tab.2    Colite Spastica ( 53)

 

    Gruppi         Iposmia     Normosmia       Iperosmia
       0                7                 9                13
       A                2                 5                 11
       B                0                  3                   0
    AB                0                  0                   0

 

 

 

 

 

                            

 

Riepilogo

 

Facendo per ora il punto sulle relazioni esistenti tra i profumi ed i pensieri possiamo dire che i fattori  presi in considerazione sono stati:

 

- costituzione genetica, leggi gruppi sanguigni

- stato endocrino, leggi  per esempio stato gravidico, stimolazione surrenalica, etc.

- funzione intestinale, leggi assorbimento

-  tipologia alimentare, leggi qualità e quantità.

 

 

 

 

La visione

 

 

Facciamo ora ancora un passo indietro, andando a ricercare delle similitudini fisiologiche con l’apparato che, per assonanza, con i suoi meccanismi, può fornirci qualche chiave di lettura: mi riferisco alla visione.

 

Esaminiamo per esempio la meccanica dei sogni: raffigurazioni solitamente a colori, animate, cariche di emozionalità, ricche di particolari e di sfumature, tanto che definirle virtuali parrebbe molto riduttivo. Eppure quando si sogna è buio, gli occhi sono chiusi sì che la retina non è impressionata da alcun stimolo visivo, almeno di origine esterna; ma siamo proprio sicuri? Voglio dire, siamo sicuri che la retina non sia impressionata? Sappiamo che la sua funzione è quella di decodificare le vibrazioni che la stimolano, traducendo la realtà in termini di sfumature di colori e di intensità luminosa. Ciò che arriva, così tradotto, ai centri della visione, viene trasformato in rappresentazione figurativa e come tale, memorizzato e utilizzato secondo il personale canone critico; al buio la retina non legge nulla e la realtà viene rappresentata con altri sensori, che però possono fornire una dimensione più sommaria o, quantomeno meno precisa; è sufficiente però illuminare la stanza per dare classificazione immediata ai vari oggetti che la riempiono. Ma neanche in tal caso la realtà non è così semplice come sembra; infatti se la luce si accende solo per pochi secondi e poi scompare, alla domanda “ cos’hai visto nella stanza?” ognuno di noi fornirà elenchi differenti sui particolari appena osservati. Per esempio un tappezziere avrà notato le caratteristiche delle pareti, un antiquario potrà riferire l’esistenza di stampe antiche alle pareti, così come un falegname la tipologia di sedie e mobili ed un elettricista le particolari qualità delle lampadine; di certo nessuno potrà dire di aver notato le medesime caratteristiche, sì che alla fine si trarrà la conclusione che ciascun osservatore abbia visto una stanza diversa. Nello stesso modo ritengo possa essere la “ realtà”; ciò che appare ai nostri sensi è fortemente condizionato dalla realtà esistente dentro di noi, sì che di solito ognuno adegua il proprio comportamento alle convinzioni che ritiene di aver acquisito dal proprio senso critico.

 

Ritornando pertanto al mondo dei sogni, nessuno di noi è in grado di affermare che la raffigurazione onirica non condizioni in qualche modo il comportamento quotidiano; ciò che normalmente sfugge è il fatto che difficilmente dei sogni si trattiene il ricordo immediato, sì che siamo autorizzati a relegarli in una dimensione avulsa dalle nostre abitudini “ da svegli”; ma è poi così difficile immaginare che le strade neuronali possano essere a doppio senso? Voglio dire che non è stato ancora possibile dimostrare che uno stimolo centripeto non possa essere anche centrifugo; se così fosse tale via sensoriale dovrebbe esistere anche per ogni senso e, dal momento che ci stiamo occupando di profumi, non vedo perché le stesse vie che connettono la periferia ai centri non possano essere attivate anche in senso inverso, vale a dire dai centri alla regione olfattiva, che, in tal caso, verrebbe stimolata dall’interno; in tal caso questa invierebbe ai centri degli stimoli odorosi; potremmo obiettare “ ma a che titolo dovrebbe avvenire questo meccanismo?” Beh! Una risposta potrebbe essere quella che la sensazione olfattiva in tal caso, non sarebbe reale, vale a dire evocata da molecole odorose esterne, ma virtuale, evocata cioè da uno stimolo centrale, magari traslata da un pensiero; mi risulta che in certe forme di epilessia, quali quelle definite olfattorie e olfattorie primarie, si abbia la percezione di odori spontanei ( parosmie) che il paziente non è in grado di identificare, per quanto essi vengano classificati come sgradevoli. In tali casi si tratta di una scarica neuronale ipersincrona che nasce nella corteccia uncinata, unitamente alle allucinazioni olfattive della forma olfattoria semplice nella quale è interessata la corteccia olfattoria specifica. Proprio studiando la genesi delle forme epilettiche si sa anche che alcune forme di quest’ultime possono venir evocate volontariamente, come nel caso dell’epilessia indotta, frequente nei bambini affetti da epilessia, quando si strofinino le palpebre, oppure dell’epilessia televisiva, fotica, musicogena ed ancora di quella indotta dalla lettura. Oltre a queste situazioni, ai limiti di una vera e propria patologia, esistono anche evocazioni odorose indotte da farmaci, solitamente ad azione anestetica, come le ketamine, che accanto ad allucinazioni visive e acustiche, possono evocare anche odori violenti. 

 

 

 

Annusare il pensiero…… 

 

Ecco che con tale premessa potrebbe realizzarsi ciò che rappresenta il presupposto dal quale siamo partiti: potrebbe essere possibile “ annusare” il pensiero. Certo tale proprietà richiede un buon allenamento che coinvolga le tre nature dell’uomo; mi riferisco alla natura corporale-fisica, a quella spirituale ed a quella di essere-coscienza; ma ritengo che valga la pena di proseguire per gradi nell’indagine.

 

A questo punto vediamo se è possibile stabilire una relazione tra il tipo di odore ed il tipo di pensiero; sappiamo infatti che la letteratura riporta abbinamenti tra essenze ed emozioni. Per esempio l’essenza di rosa, di lavanda e di neroli inducono calma e tranquillità, la cannella, il cardamomo, il gelsomino e la mimosa eccitano la sensualità, così come il patchouli, il sandalo, il tacete, la tuberosa, il vetiver e l’ylang-ylang; il mandarino, l’arancio, il mandarancio, il bergamotto e la vaniglia eccitano la fantasia con effetti gratificanti e rilassanti, ed ancora il coriandolo, il galbano ed il finocchio esercitano un’azione antispastica viscerale e mitigano le situazioni ansiose. La meditazione viene evocata dal cedro, dal ginepro, dall’incenso, dall’issopo, dal mirto, dalla rosa e dall’elemi.

 

Orbene se da tali essenze, annusate, il mondo interiore viene influenzato a tal punto da provocare modificazioni psichiche, emozionali, affettive e, quindi, comportamentali, seguendo la traccia inizialmente posta, il pensiero potrebbe, dico potrebbe, essere “ tinto” di uno di tali profumi e, con le modalità sopra riportate a proposito delle sindromi epilettiche, essere proiettato nel mondo esterno, sì da essere riconosciuto da qualche         ” terza narice”?

 

E’ importante a questo punto fare una breve divagazione sul mondo interiore dell’uomo, anche se le mie nozioni in tal senso sono sommarie e frammentarie. Tengo a precisare che l’indagine che sto conducendo si basa esclusivamente su un’intuizione, senza per altro avere io alcuna pretesa di dissertare su argomenti che richiederebbero ben altre conoscenze filosofiche, etologiche e storiche.

 

Mi limiterò pertanto a ricordare  che il mondo culturale occidentale vive di certezze che solitamente quando vengono meno, sono sostituite da altre che in molti casi sono in contrapposizione con le precedenti; nel mondo orientale invece le certezze hanno superato il tempo e sono ancora ben presenti. C’è da chiedersi come questi due mondi, così lontani e differenti, siano riusciti a fare molti percorsi evolutivi simili senza tendere all’eliminazione reciproca; la ragione più semplice è che forse in entrambi esistono verità e perplessità, finalità e comportamenti, luci ed ombre che li accomunano. Pare però che recentemente si stia cercando una strada per far convergere le due filosofie, o, almeno, per trovare un metodo per accordare al meglio ciò che possa rispondere alle esigenze di spiritualità di entrambi. A questo proposito i suggerimenti degli yogi sul corpo pranico che considerano la materia come aspetto esteriore del divino e dello spirituale, accanto a quelli dei taoisti che  considerano il corpo umano soggetto alle pulsioni energetiche dello Yin e dello Yang contrapposti, potrebbero integrarsi con la filosofia cristiana che vuole il corpo come un contenitore dello spirito. Mi pare che in ogni caso valga la pena di contribuire a questo sforzo, suggerendo un metodo di riconoscimento che ritengo comune ad entrambi; infatti là dove sia possibile “ annusare” i pensieri, sarebbe possibile varcare quel flebile tratto che separa il corpo dalla sua funzione più sublime, quale  perlappunto è il pensiero .

 

Seguendo tale concetto mi viene in aiuto una recente scoperta che stabilisce nuove regole circa le conoscenze delle funzioni cerebrali nei rapporti con la formazione del pensiero.

 

 

Aree cerebrali

 

Con la messa a punto di una nuova metodica non invasiva quale la TEP ( tomografia ad emissione di positroni) un gruppo di ricercatori  francesi e anglosassoni ( Poster M.I., Petersen S.E., Fox P.T., Raichle M.E.), hanno localizzato con esattezza la regione da dove prende origine il processo creativo del pensiero. Il sistema sostanzialmente si basa sulla visualizzazione delle modificazioni di flusso e del metabolismo cerebrale che si accompagnano ad attività mentali come leggere, parlare e pensare. In tal modo si può affermare che la zona entro la quale si elabora il pensiero è quella corrispondente alla corteccia frontale antero-inferiore; non solo ma  oggi si può anche conoscere la stretta relazione che corre tra questa regione cerebrale e i tratti affettivi ed emozionali. Infatti, contrariamente a quanto si ipotizzava in passato, è caduta la convinzione che la sfera affettiva ed emozionale fosse dovuta ad un’attività che coinvolgesse il cervello nella sua totalità; oggi siamo in grado di localizzare i tratti affettivi ed emozionali nel lobo temporale di destra, specularmente alla zona del linguaggio situata nel lobo di sinistra. In base a tale metodica siamo anche in grado di affermare che negli stati di ansia anticipatoria il flusso sanguigno aumenta significativamente in entrambi i poli frontali, che, come sappiamo, sono anche costituiti dalle strutture nervose legate al sistema olfattorio. Anche se potrebbe essere opinabile l’osservazione che la contiguità di formazioni cellulari non comporta necessariamente un’interferenza di funzione, preferisco pensare che ciò sia invece possibile; vale a dire che il centro del pensiero e dell’emozione siano in stretta relazione anatomo-funzionale con il centro dell’olfatto, anzi con i centri dell’olfatto, dato che questi sono distribuiti in queste regioni, quasi ad avvolgere le strutture  che potremmo definire più nobili del cervello. Infatti troviamo i bulbi olfattivi sulla superficie inferiore dei lobi frontali collegati dalle cellule mitrali alle aree olfattive secondarie poste sulla corteccia olfattiva, suddividibile questa in cinque parti: nucleo olfattivo anteriore che connette i due bulbi attraverso una parte della commessura anteriore, tubercolo olfattivo, corteccia piriforme in cui avvengono le decodificazioni più raffinate delle informazioni olfattive, il nucleo olfattivo corticale dell’amigdala ed infine l’area entorinale che a sua volta proietta all’ippocampo altre fibre. Proprio a tale struttura pare siano dovute le elaborazioni affettive legate alla funzione olfattiva, mentre al talamo e al neocortex spetterebbero le funzioni di percezione conscia degli odori; per non considerare infine la parte anatomica, definita paleocortex, posta sempre alla base del lobo frontale, cui spettano le funzioni di memoria ancestrale, genetica e quindi trasmissibile direttamente, avulsa, ma non per questo non utilizzabile, dalle informazioni olfattive dirette e collegata ai centri emozionali. Tutte le fibre olfattive infine vengono proiettate sulla corteccia orbito-frontale di destra alla quale spetta la percezione conscia degli odori.

 

Le sostanze odorifere vengono adsorbite nello strato mucoso che ricopre le cellule olfattive recettrici. Le molecole diffondono quindi verso le ciglia dei neuroni recettori che interreagiscono con particolari proteine leganti presenti nella mucosa; tali proteine, definite proteine leganti olfattive, vengono secrete dalla ghiandola nasale laterale in corrispondenza della punta della cavità nasale  e si legano con una grande varietà di sostanze odorifere. Tali proteine appartengono ad una famiglia che agiscono da carrier per piccole molecole lipofile; appartengono a questa famiglia le proteine che trasportano retinolo all’epitelio pigmentato e ai fotorecettori e la proteina di von Ebner, secreta dalle ghiandole salivari, che concentra ed eroga particolari molecole ai recettori gustativi.

 

Probabilmente, data la stretta relazione che corre tra la funzione intestinale e l’attività secretolitica delle mucose dell’apparato digerente e respiratorio, molti aspetti della sensibilità olfattiva e gustativa sono condizionati dallo stato funzionale dell’attività intestinale; si potrebbe ipotizzare pertanto, nel caso che ci sta a cuore, che ogni disfunzione intestinale alteri la sintesi quali e quantitativa di queste proteine leganti olfattive e che quindi alteri la percezione degli odori in senso riduttivo (iposmie, anosmie) o estensivo ( iperosmie, cacosmie).

 

Le sostanze che hanno profumo di frutta, di fiori o sentore erbaceo, stimolano l’enzima adeno-ciclasi che è deputato alla formazione delle proteine leganti, mentre gli odori putridi ne rallentano la sintesi; se a tale osservazione aggiungiamo che la prima caratteristica dell’olfatto è quella di localizzare i cibi più adatti alla sopravvivenza e di stimolare l’appetito sessuale necessario per la riproduzione della specie, si può ben comprendere l’importanza di disporre di un sistema sempre efficiente per rendere ottimale la sintesi delle proteine leganti gli odori e la conseguente risposta olfattiva. Esiste peraltro una piccola zona, detta nucleo accumbens, situata subito sotto il talamo, deputata alla lettura di tali stimoli; questi ultimi, denominati “del piacere”, vengono mantenuti operativi da una concentrazione costante di serotonina, un neurotrasmettitore sintetizzato nell’intestino tenue; la bassa quantità di tale trasmettitore è tra l’altro all’origine di forme varie di depressione, di cui la più drammatica porta solitamente al suicidio.

 

Appare in tal caso abbastanza chiara la relazione che corre tra funzione intestinale, nuclei olfattivi e odori che, riprendendo l’osservazione fatta sopra, potrebbero addirittura essere generati a ritroso; per non parlare della connessione che corre tra gruppi sanguigni, alimentazione, funzione intestinale e odori.

 

 

Inquietudini

 

Dopo questa dotta dissertazione vediamo di ritornare sulla strada inizialmente intrapresa con la speranza di aver in qualche modo aggiunto un motivo in più che ci aiuti a raggiungere la meta; una cosa è certa:  la zona in cui il pensiero prende forma e dalla quale si irradia alla coscienza è completamente circondata da terreno olfattivo, come se la natura, dovendo scegliere un letto adatto al risveglio dell’anima dal suo letargo cosmico, abbia scelto per la sua costruzione  il tessuto più delicato e prezioso che  avesse a disposizione: quello ordito con i profumi. Non mi pare , a questo punto, che  il quesito inizialmente formulato sia poi tanto peregrino: è possibile avvertire il profumo del pensiero?

 

La base biofisica potrebbe aiutarci a rendere possibile questo arduo percorso e ritengo doveroso a questo punto inserire una serie di osservazioni che chiariscano tale tentativo.

 

 

 

La via vegetale

 

E' fuor di dubbio che il maggior fornitore di profumi sia il regno vegetale poiché da esso derivano la maggior parte degli olii essenziali che secondo le vedute moderne, sono considerati prodotti protoplasmatici di natura irreversibile; pertanto dai botanici sono normalmente riguardati come " scorie fisiologiche" o " escreti", alla stessa stregua degli alcaloidi (come ad esempio la nicotina, l'atropina, la morfina, la stricnina, la chinina e molti altri) che sono sprovvisti però di proprietà odorose.

 

Data la loro larga diffusione nei vegetali, è comprensibile un'ipotesi secondo la quale essi avrebbero un'importante funzione nella vita vegetale: protezione contro piante o parassiti nocivi, azione repellente o allettante verso specie di insetti, azione auxinica o di crescita.

 

  A questo proposito vorrei ricordare che le " auxine", scoperte dal botanico olandese Went nel 1927, sono considerate fattori di crescita vegetale, prodotti dalle piante, che agiscono in quantità minima ( al pari dei nostri ormoni) su cellule diverse da quelle che le hanno prodotte, controllandone la crescita e altre funzioni fisiologiche.

 

Se il problema della funzione biologica degli olii essenziali appare ancora oggi insoluto, sono invece possibili alcune considerazioni interessanti sulla genesi degli stessi.

 

La formazione degli olii essenziali può essere chiarita solo a partire dalle osservazioni sul metabolismo proprio delle piante; a favore di ciò sta il fatto fondamentale che le piante più ricche di alcaloidi sono le più povere di olii essenziali e viceversa. Ciò rende plausibile l'ipotesi secondo la quale i due gruppi di "escreti" vegetali provengono, attraverso ben differenziati meccanismi biochimici, dagli stessi prodotti metabolici fondamentali e in ogni caso, sono connessi con la formazione della sostanza vegetale.

 

A questo proposito ricordo che gli alcaloidi hanno una proprietà in comune e cioè la presenza nella loro molecola di azoto trivalente e pare siano il prodotto finale del metabolismo vegetale; questo deriva dagli aminoacidi in seguito a reazioni catalizzate dagli enzimi comunemente presenti nelle piante (decarbossilazione, ossidazione, riduzione, etc.); negli olii essenziali invece i singoli componenti non si formano per se stessi e definitivamente, ma sono termini geneticamente collegati da catene biochimiche, che, procedendo da un comune metabolita fondamentale riferibile all' isoprene ( C5H8), idrocarburo aciclico, possono anche inserirsi in altri processi vitali della cellula.

 

Vari esempi sono noti in letteratura che avvalorano l'ipotesi di uno schema biogenetico generale, secondo il quale, con il concorso del mezzo di reazione, si producono metaboliti di notevole attività, a partire dalle stesse sostanze iniziali. Da essi, poi, si formerebbero per reazioni a catena, i biopolimeri ( caucciù e guttaperca) oppure, per semplice concatenamento, i composti terpenici o politerpenici, che, a loro volta, per idratazione darebbero gli alcoli corrispondenti. Da questi ultimi, per idrogenazione e per ciclizzazione, prenderebbe origine la molteplicità terpenica e la conseguente molteplicità aromatica. Per altra via sarebbero sintetizzati i fenoli, i polifenoli e gli esteri riferibili al propilbenzene.

 

Dalla natura dei costituenti principali degli olii essenziali dovrebbero pure trarsi conclusioni sui sistemi agenti all'interno delle cellule. L'assenza di determinati biocatalizzatori potrebbe così spiegare perchè gli alcoli, le aldeidi ed i chetoni terpenici sono quasi esclusiva prerogativa delle Angiosperme ( piante erbacee o legnose caratterizzate dalla presenza di fiori e di veri frutti), mentre tanto le Angiosperme quanto le Gimnosperme* ( conifere, ginkgoine, cicadine, gnetine) producono idrocarburi terpenici e politerpenici; perché, inoltre, le combinazioni aromatiche, pur trovandosi negli olii essenziali dei fiori delle monocotiledoni ( es. Amarillidacee come l'agave, il lilium, etc.), sono quasi esclusivo patrimonio delle dicotiledoni.

 

                      *Da rilevare ai fini della nostra trattazione che le attuali Gimnosperme rappresentano un piccolo residuo di una flora precretacea, assai più varia e ricca, ma oggi nota solo allo stadio fossile.

 

Ciò detto, emerge spontanea una domanda: da quali metaboliti intermedi le piante sintetizzano le combinazioni terpeniche e aromatiche? E' da osservare a tal proposito che i più importanti costituenti degli olii essenziali ( terpeni, sesquiterpeni, diterpeni ) presentano, nella loro struttura chimica, un caratteristico ripetersi periodico di un'unità fondamentale, certamente riferibile allo scheletro isoprenico; tale caratteristica si ritrova inoltre nel caucciù e nella guttaperca. Purtroppo finora l'isoprene monomero non è stato trovato tra i componenti delle piante e c'è poca probabilità che ciò accada in futuro. Questo fatto tuttavia, non sembra   spostare le basi del quesito inizialmente proposto, in quanto, più volte, è stato riscontrato il prenolo, possibile prodotto di idratazione dell'isoprene, sotto forma di etere o come catena laterale di combinazioni aromatiche.

 

                    Con ciò il problema della biogenesi dei terpeni si ricollega al metabolismo intermedio degli idrati di carbonio o degli aminoacidi e cioè, sostanzialmente, alla necessità di precisare come si formino nei vegetali le combinazioni a struttura ramificata da quelle a struttura normale. Molte ipotesi sono state avanzate ( U.S. Von Euler, A.Kusin, G.Hesse, L.Francesconi) e quella più attendibile pare sia quella emessa da A.E. Faworscky e A.J. Leredewa; secondo questi AA. la biogenesi dei terpeni avviene partendo da un aminoacido alifatico a struttura ramificata, la isoleucina;  questo, anche secondo Ehrlich, si trasformerebbe in alcool isoamilico, per azione di lieviti, tramite l'aldeide isovalerianica.

 

    

 

Per concludere questa disamina sull'origine chimica dei terpeni e di conseguenza delle sostanze aromatiche non posso omettere l'accenno che rappresenta forse la chiave di lettura di tutto quanto è stato sopra esposto.

 

Un notevole progresso si è avuto con l'impiego degli isotopi nelle ricerche biogenetiche, in particolare nel campo degli steroli, cui sono affini alcuni politerpeni (es. il lanosterolo). E' stato possibile dimostrare, infatti, con l'impiego di carbonio isotopico        ( C13 e C11) che la colesterina si forma quasi esclusivamente da acido acetico o da acido piruvico, entrambi prodotti di glicolisi. Collegando questa osservazione al fatto che lo squalene* nel quale sono contenuti sei radicali isoprenici, è un noto precursore della colesterina, si giunge alla conclusione che ogni radicale isoprenico si forma da tre molecole di acido acetico. Gli importanti risultati ottenuti nel campo della biogenesi dello squalene e del colesterolo dovrebbero potersi estendere senza particolari difficoltà ai politerpeni nel senso che anch'essi si formerebbero da acido acetico attivato attraverso l'acido acetacetico e l'isoprene.

 

*Lo squalene è un idrocarburo non saturo di formula

 

                                                                                                           

 

Liquido incolore presente in gran quantità nell'olio di fegato di squalo. Lo squalene è un triterpene ed è presente in tutti gli organismi capaci di sintetizzare steroli e steroidi, cioè microrganismi, vegetali, animali (tranne gli insetti); è il precursore biologico degli steroidi, degli ac. biliari e di alcuni veleni cardiaci (digitale) ed anche del veleno dei rospi (cumarine).

 

Assistiamo in tal modo ad una medesima genesi dei prodotti terpenici sia in campo animale che in quello vegetale, pur se attraverso differenti percorsi; tale schema  biogenetico dei politerpeni infatti, secondo W. Treiles, può fornire una risposta al quesito della funzione biologica dei terpeni. Il processo, nel suo complesso, rappresenta una combustione anaerobica di metaboliti intermedi delle piante ad acido carbonico, con la produzione di una certa quantità di energia nella forma direttamente utilizzabile per le sintesi biochimiche.

 

 

 

La via animale: gli steroidi.

 

Abbiamo sopra parlato dello squalene come di una sostanza terpenica sita a cavaliere tra il mondo delle piante e quello degli animali; vediamo ora in quale misura siano presenti nell'uomo i terpeni che abbiamo visto costituire parte molto importante nella vita dei vegetali.

 

Gli steroidi rappresentano un importante e vasto gruppo di composti presenti nei tessuti animali e vegetali, caratterizzato dalla presenza nella molecola da un concatenamento di atomi di carbonio identico a quello del fenatrene fuso ad un anello pentatomico. Al gruppo degli steroidi appartengono sostanze biologicamente molto importanti, come gli ormoni sessuali, il colesterolo, gli acidi biliari, etc. La classificazione degli steroidi si basa sia sul numero di atomi di carbonio, sulla presenza di determinati gruppi o doppi legami nel sistema ciclico, sia sulla particolare funzione biologica svolta dalla sostanza. Le classi più importanti sono:

 

- gli steroli, con numero di atomi di carbonio da 27 a 30 con un gruppo ossidrilico legato al carbonio in posizione 3 e con uno o più doppi legami; il più rappresentativo è il colesterolo*;

 

- gli acidi biliari, a 24 atomi di carbonio, contenenti un gruppo carbossilico nella catena laterale legato al carbonio in posizione 17; il più imporatnet è l'ac.colico;

 

- gli ormoni sessuali a 18, 19, 21 atomi di carbonio con un gruppo chetonico ( testosterone, progesterone), o un ossidrile ( estrone) legati all'atomo di carbonio 3;

 

 - gli ormoni corticosurrenalici a 21 atomi di carbonio ( corti-sone, corticosterone) e a struttura più complessa;

 

- le sapogenine a 27 atomi di carbonio con un gruppo lattonico in posizione 17:

 

- gli agliconi cardiotonici a 23 atomi di carbonio con catena laterale di tipo lattonico in posizione 17 ( digitossigenina).

 

                            

 

Gli steroli si ritrovano fra i costituenti delle pareti cellulari e rappresentano i precursori degli ormoni steroidei. Indubbiamente lo sterolo più conosciuto, anche per il gran parlare che per certi versi ha indotto nell'immaginario popolare un sorta di demonificazione, è il colesterolo.

 

Chiamato anche colesterina, è noto solo dalla fine del XVIII secolo e fu isolato per la prima volta dalla bile; la  formula bruta è C27 H 46 O ed è lo sterolo tipico dei Vertebrati, nei quali funge da normale costituente cellulare. Si trova allo stato libero nel sistema nervoso centrale (20% di cui 14% nel corpo calloso e 6% nella corteccia), nel fegato ( bile) e  nel sangue (eritrociti); esterificato con gli acidi grassi ( oleico) nella pelle (1,3%), nel plasma e nel surrene. E' presente anche nel rene ( 1.6%), nella milza (1.5%), nella gh.mammaria, nei muscoli lisci, nel diaframma, e nei muscoli striati; ne sono pure ricchi il rosso d'uovo, gli olii di fegato di pesce, i Crostacei; i calcoli biliari possono arrivare a contenerne fino al 90% in forma libera. Viene prodotto soprattutto nel fegato nell'intestino, nella pelle, nei surreni e nelle gonadi. Finanche i tessuti vascolari ( aorta) pare siano dotati di attività produttrice. Per la sua biosintesi sono necessarie circa 30 reazioni enzimatiche a partire dall'acido acetico da cui si giunge all'acetilcoenzima A, allo squalene, al lanosterolo, allo zimosterolo, al desmosterolo ed infine al colesterolo. Il 7-deidrocolesterolo si trova specialmente nella cute e funge da provitamina D3 in quanto per azione delle radiazioni ultraviolette subisce una trasformazione fotochimica di cui la vitamina D3 o colecalciferolo costituisce il prodotto fisiologicamente più attivo.

 

Il colesterolo viene eliminato con le feci sottoforma di coprostanolo.

 

Abbiamo visto quindi come i terpeni costituiscano un importante anello di congiunzione tra il mondo animale e quello vegetale; vediamo ora se in quello minerale esiste la possibilità di stringere un collegamento con i summenzionati.

 

 

 

La via minerale: il petrolio e l'ambra.

 

Una delle sostanze più significative ai fini della nostra ricerca e altrettanto importante per la nostra economia è il petrolio che, come dice il nome, significa " olio di pietra".

 

Conosciuto fin nella remota antichità il petrolio veniva usato come medicamento, combustibile e olio da ingrassaggio. Nella Bibbia sono citati il calafataggio dell'arca di Noè, l'uso del bitume come cementante nella costruzione della torre di Babele; al tempo di Settimio Severo nelle terme di Costantinopoli si usava il petrolio per riscaldare l'acqua. I Cinesi sono da considerarsi i precursori dell'utilizzazione del gas naturale ottenuto mediante perforazione e convogliato tramite metanodotti realizzati con canne di bambù. Fino al secolo scorso il petrolio era venduto come medicamento per ogni sorta di mali e ancora oggi lo si trova nei prodotti anticalvizie. Dall'inizio del XIX secolo si cominciò a raffinare il grezzo per l'illuminazione e quindi per l'autotrazione.

 

    Le prime ipotesi sull'origine del petrolio risalgono al 1700: Alessandro Volta espresse l'opinione che il " gas delle paludi" o metano, fosse prodotto dalla decomposizione di sostanze animali. In questi ultimi anni sono state formulate diverse teorie di cui la più accreditata è quella dell'origine organica; secondo tale teoria per primi   si sarebbero formati gli idrocarburi superiori; questi sarebbero poi stati elaborati da batteri aerobi e anaerobi. A convalida di questa teoria si è riusciti a dimostrare con analisi di laboratorio, la presenza nel petrolio grezzo di sostanze organiche di struttura simile al colesterolo, di sostanze otticamente attive e di pigmenti del gruppo delle porfirine. I materiali organici da cui si è formato il petrolio sono costituiti da resti di organismi vegetali e animali (alghe, coralli, lamellibranchi, etc.) che vivevano nel mare, allo sbocco dei fiumi; si formarono così rocce argillose, rese compattate dal peso degli strati che man mano andavano accumulandosi.. Queste rocce sedimentarie sono state battezzate " rocce madri" in quanto in esse si svolse il lento processo di trasformazione che ha dato origine al petrolio.

 

  Chimicamente il petrolio è costituito da idrocarburi aromatici che comprendono almeno una struttura benzenica. Il benzene (C6H6) ha formalmente tre doppi legami però non localizzati.

 

Sono noti vari idrocarburi allo stato solido. Vorrei ricordare l'idralite reperibile nelle cave dell'omonima località iugoslava, in Slovenia; è un minerale di colore bianco che si trova nei giacimenti di mercurio di Idria; e soprattutto l'ambra gialla (diversa dall'ambra grigia, presente nell'intestino di alcuni cetacei, dal caratteristico profumo di muschio) o succino è una resina di conifere fossili, fragile, quasi trasparente, di un colore variante dal giallo pallido al rosso giacinto.

 

 L'ambra gialla è una miscela  di sostanze tra cui è sempre presente l'acido succinico (3-8%) che permette di distinguerla dalle altre resine fossili; è ricchissima di terpeni. L'ambra gialla dell'oligocene del Baltico contiene talvolta inclusioni fossili rappresentate da insetti arboricoli che vi furono inglobati al momento della sua formazione; ad essa dobbiamo molte delle nostre cognizioni sugli insetti fossili di tale periodo. L'ambra è composta in media da carbonio (78%), idrogeno ( 10%), ossigeno ( 11%) e da piccole quantità di zolfo.

 

Nella Roma imperiale si usava polverizzarla ed impastarla con olio di rosa per linimenti adatti a trattare malattie dell'orecchio e infiammatorie in genere.

 

 

I terpeni

 

Da quanto sopra esposto mi pare di aver localizzato nei terpeni le sostanze che, ricorrendo con le medesime caratteristiche nei tre regni, possono essere a tutti gli effetti considerati una dimostrazione della uniformità del nostro mondo. Indubbiamente a prima vista può sembrare quantomeno curioso che le più raffinate strutture dell'umano organismo, quali ad esempio il tessuto nervoso, abbiano dei parenti prossimi nei profumi o nel catrame; ancora una volta però dovremmo renderci conto che nel grande disegno della Natura non esiste spazio per concetti che pongano creature in posizioni di superiorità o di inferiorità rispetto ad altre. E' più probabile che i rapporti che intercorrono tra le diverse forme di vita siano regolati da una legge tanto più semplice quanto più celata; infatti la pacifica convivenza che da millenni si è stabilita tra questi tre modi di esistere, non potrebbe generare conflitti in alcun modo senza sovvertire un equilibrio generale. Il fatto che ogni forma di vita derivi ed obbedisca ad un unico principio creatore è intuibile proprio dalla presenza, in tutte le sue forme di vita, di identiche strutture sulle quali possono essersi innestate variabili determinate da fattori ambientali nel lungo avvicendarsi del tempo.

 

 

Emanazioni odorose

 

 

La considerazione che soltanto all'uomo sia concesso di " intelligere"  credo che non sia motivo sufficiente per poter variare quest'ordine o questa regola; penso piuttosto che il pensiero umano sia una sorta di profumo, paragonabile in tal senso all' " escreto" di una pianta o di un fiore o, ancora, alla vibrazione elettromagnetica di un cristallo; sono prerogative legate indissolubilmente alla specifica natura di una forma di vita senza peraltro che debba necessariamente esserci una particolare spiegazione. Quand'anche la nostra intelligenza ci mettesse in grado di svelarne i principi fisici o chimici, rimarrebbe sempre quella iniziale distinzione che ha voluto differenziare in tre mondi diversi un unico modo di essere, essendo stata utilizzata per la loro costituzione la medesima pasta creativa.

 

Mi rendo ben conto che tale mia convinzione può essere motivo di contestazione, ma so anche che nessuna teoria per quanto suffragata da dati inizialmente inoppugnabili, ha mai retto a lungo nel corso degli anni; se è vero che per Eraclito tutto scorre e diviene, in una continua alternanza sempre in conflitto, è parimenti vero che le tracce che la Natura lascia nel suo cammino sono talvolta più evidenti all'umile pellegrino che alla guida più esperta.

 

Indubbiamente devo confessare che quest'idea mi affascina perché, come ho detto all'inizio, ho avuto modo di constatare l'efficacia di una cura antica, anzi antichissima, basata sullo sfruttamento delle proprietà terapeutiche di due resine simili: l'incenso e la mirra. Tutti conosciamo la vicenda dei Re Magi, ma dopo i risultati che ho conseguito con queste sostanze posso affermare che non si tratta soltanto di simboli, quanto piuttosto di formidabili rimedi per molte malattie. In tal caso proprio quegli idrocarburi che abbiamo visto ricorrere pressoché eguali nel mondo minerale, vegetale ed animale, ci vengono in aiuto con identiche modalità terapeutiche. Così come le piante che pur senza ricorrere a medici, riescono a curarsi da sole, secernendo sulle gemme per esempio il propoli, che è pure una resina terpenica e allontanando così, talvolta uccidendoli, insetti e batteri nocivi.

 

Non è comunque questa la sede per dissertare sulle proprietà terapeutiche di determinate sostanze perché dovremmo occuparci innanzitutto del concetto di malattia che richiederebbe da solo un lungo trattato; accontentiamoci per ora di rimirare dall'alto il sentiero testé percorso con la stessa soddisfazione di un pellegrino che abbia raggiunto la sua meta a lungo desiderata.

 

Ritornando al concetto   sovra esposto, vale a dire alla localizzazione del pensiero nel lobo frontale e precisamente nella zona completamente circondata dai centri olfattivi ed emozionali, mi pare sempre più suggestiva l’osservazione che possa esistere veramente la possibilità che i nostri profumi siano ammantati di una fragranza particolare; il problema è di come avvertire questa fragranza. Trattandosi di pensieri, la prima considerazione che viene naturale, è quella che non possano essere avvertiti all’esterno se non attraverso espressioni verbali, siano queste in forma espositiva verbale, sia in forma scritta, sia in forme di mimica espressiva ( comunicazione non verbale); sappiamo infatti che il centro della parola contrae stretti rapporti con quello della scrittura, anche se di quest’ultimo sono note connessioni con l’emisfero controlaterale destro ( area del Wernicke), e che entrambi sono connessi con i centri acustici e quelli della visione ( fascicolo arcuato); il fatto che si possa ipotizzare una relazione tra il pensiero ed il profumo, può risiedere nell’osservazione della contiguità anatomica, prima che funzionale, di queste strutture nervose; infatti come l’area del Broca, del linguaggio articolato, è contigua ai centri motori della bocca, lingua e laringe ed ancora come l’area del Wernicke è contigua e collegata ai centri acustici e visivi, oltre che a quelli del Broca, siamo autorizzati a pensare che tra l’area frontale anteriore e i nuclei olfattivi, nella quale essi sono contenuti, esistano parimenti strette connessioni.

 

 

 

Dubbi……conclusivi

 

Pur lasciando molto aperta la strada ad ogni soluzione ( ammesso che esista!) e ad ogni considerazione, ho la sensazione che valga la pena di porci tale quesito se non altro per il fatto che potremmo avere la possibilità di avvertire il respiro che emana dal nostro spirito.

 

Procedendo su questa strada ( quella della ricerca di un nesso tra profumi e pensieri) mi sono imbattuto in un testo che ha contribuito non poco ad avvicinarmi alle mura di Troia;

 

“ Emozioni e sentimenti”   Il mio splendido collega Antonio Damasio si è inerpicato su una ripida parete alla ricerca di una connessione tra emozioni e sentimenti e mi ha fornito una quantità inverosimile di chiavi. Per esempio quando afferma che le emozioni possono essere suddivise in emozioni di fondo, emozioni primarie ed emozioni sociali. Le prime sono rivelabili dagli atteggiamenti di un individuo, del tipo energia, entusiasmo, nervosismo, eccitazione, tranquillità, mimica, tono di pronuncia, insomma da ciò che normalmente viene definita “ comunicazione non verbale”; secondo la mia lettura tale modo di approccio è rilevabile con un certo tipo di profumo, forse il più facile da avvertire, perché più immediato e spontaneo ed in un certo senso più intenso.

 

Le seconde, primarie o fondamentali, sono definibili come paura, rabbia, disgusto, sorpresa, tristezza e felicità, comuni in tutti gli esseri viventi e non solo umani, ben diverse dalle terze, definite sociali; in questa categoria rientrano infatti la “compassione, l’imbarazzo, la vergogna, il senso di colpa, l’orgoglio, la gelosia, l’invidia, la gratitudine, l’ammirazione, l’indignazione ed il disprezzo” (  da “ Alla ricerca di Spinoza” di A.Damasio).

 

E in queste categorie risiedono i profumi più sottili anche se penetranti, talmente sottili che pervadono la persona in maniera stabile, conferendole una vera e propria personalità difficilmente mascherabile.

 

In effetti a tale livello le emozioni si intersecano con i sentimenti che rappresentano l’aspetto più evoluto del nostro costrutto organico; nei sentimenti infatti la materia si rarefà talmente da darci l’esatta consapevolezza del suo contenuto più prezioso, quale è lo spirito per l'appunto; orbene se è lecito identificare in una entità astratta ed al contempo rivelabile la parte più raffinata del nostro stato di esseri viventi, per quale ragione, mi chiedo, tale forma di vita ( perché tale è) non può rivelarsi con un profumo che, abbiamo visto, rappresenta un’emanazione di tante forme vegetali? In effetti quando avvertiamo il profumo di “rosa”, non abbiamo bisogno di vedere la rosa; ci basta l’odore per raffiguraci mentalmente quel tipo di fiore, così come quando avvertiamo ostilità, non abbiamo bisogno di spingere oltre il nostro rapporto conoscitivo: ci mettiamo subito in difesa. La sensazione per esempio di avvertire ostilità si identifica in un preciso sentimento negativo che, come tale, si rivela con un ben definito profumo, fastidioso, allarmante, inquietante, tale da innescare in frazioni di secondo emozioni primarie e subito dopo emozioni di fondo; si verifica in tal caso una rapida regressione verso stadi più reconditi, più “ inferiori”, là dove albergano emozioni stereotipate, ancestrali, quando la sopravvivenza era legata alla localizzazione di un pericolo che di solito si preannunciava con un odore forte, beluino o da fumo di incendi.

 

Sotto questo aspetto gli appartenenti al gruppo 0 potrebbero essere ancora i più sensibili; ben diversi dai B, nei quali l’odore di un evento ostile potrebbe essere avvertito a livelli più elevati del tipo inganno, tradimento, menzogna, sotterfugio; profumi più sottili e più difficilmente codificabili.

 

 

Commiato

 

E’ giunto alfine il momento conclusivo di questa passeggiata nello spazio siderale del pensiero; prima di commiatarmi devo comunque avvisarvi che sono riuscito a trovare il cavallo di Troia. Sinceramente non sono in grado di dirvi se il fatto di varcare quelle mura imponenti possa apportare qualche vantaggio; presumo che senza la trovata astuta di Odisseo, quest’ultimo si sarebbe risparmiato tante vicissitudini, concludendo magari la sua esistenza da saggio monarca contadino, ma tant’è……la curiosità è la molla della conoscenza (ricordate quell’eco dantesca? “ fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”) e così anch’io ho voluto provare.

 

 

L’organo vomero-nasale o organo di Jacobson

 

            Credo d’aver trovato la risposta ai miei quesiti nell’organo vomero-nasale o organo di Jacobson; si tratta infatti di una ben precisa struttura anatomica situata in prossimità delle narici, morfologicamente paragonabile ad un paio di sacche lunghe e strette. Embriologicamente assomiglia in parte all’organo olfattivo, dal momento che le sue cellule non sono dotate di ciglia olfattive, bensì di microvilli simili a cellule con orletto a spazzola;   le proprietà fisiologiche delle sue cellule sono infatti differenti dalle sorelle osmiche, dal momento che oltre ad avere delle connessioni con l’apparato olfattivo, esso trae connessioni anche direttamente con il rinencefalo così come stabilisce collegamenti diretti con altre strutture cerebrali attraverso i forami dell’etmoide; una zona del bulbo olfattivo riservata specificamente a quest’organo elabora ed invia i suoi segnali all’ipotalamo e ad altre strutture importanti ( amigdala, ippocampo?) per l'espressione delle emozioni, del comportamento aggressivo e sessuale. E’ sempre più dimostrato che la sua funzione sia quella di intervenire sulla sessualità, arrivando ad indurre cambiamenti nel comportamento sessuale del maschio e della femmina. La sua stimolazione è provocata anche da molecole non volatili, denominate vomeroferine, che non agiscono per nulla sulle cellule olfattive, ma specifiche per l’organo vomero-nasale; alcune sembrano essere più  attive nell’uomo, altre nella donna, a differenza dell’organo olfattivo che invece percepisce esclusivamente quelle volatili; in tal modo “ l’organo vomero-nasale viene utilizzato soprattutto per formarsi una prima, rapida e spesso decisiva impressione degli odori relativi ad un contesto sociale o sessuale…tali odori vengono impressi già in uno stadio relativamente precoce dell’esistenza….”( da Piet Vroon, Psicologia dell’olfatto).

 

 

La sensibilità dell’organo vomero-nasale è volta principalmente al riconoscimento di particolari sostanze denominate feromoni, cairomoni e allomoni.

 

Mentre il cairomone attira animali che non appartengono alla stessa specie, l’allomone serve per allontanarli; il feromone spinge ed in alcuni casi, costringe, gli animali della stessa specie ad un determinato comportamento. Agisce a bassissime concentrazioni e la sua azione è paragonabile agli ormoni con la differenza che il suo effetto si manifesta all’esterno del corpo; in tal caso può essere considerato una sostanza che ben poco ha in comune con la categoria dei suoi analoghi noti ( secreti endocrini) ed il cui meccanismo d’azione è volto ad una stimolazione od inibizione di reazioni organiche ( tiroide, pancreas, surrene, gonadi, etc.). I feromoni, dal greco jerw, porto, e jormaw, spingo- stimolo, hanno diverse caratteristiche; per esempio alcuni agiscono sul sistema endocrino sessuale, altri favoriscono mutamenti fisiologici di varia natura ( primer pheromones) ed altri ancora suscitano automaticamente una determinata forma di comportamento nel ricevente ( releaser pheromones). Se da un lato tali sostanze giocano un ruolo nel comportamento sessuale, dall’altro possono avere una funzione comunicativa; in natura molteplici sono gli esempi. Le mosche si lasciano dietro una traccia odorosa per segnalare la presenza di cibo alle consorelle, le formiche oltre ai feromoni sessuali possiedono anche feromoni che aiutano a trovare un percorso, così come i pesci per tenere unito il banco; afidi e termiti in pericolo producono un feromone d’allarme per i propri simili; alcune specie di pesci riconoscono i feromoni indotti dallo spavento. Perfino nel mondo vegetale sono stati osservati feromoni che presentano analogie con ilfunzionamento dei tre tipi summenzionati; solitamente si tratta di segnali di allarme o di difesa. Il salice tormentato da certi insetti produce una sostanza che avvisa altri salici a produrre sostanze repellenti per gli aggressori; le foglie del trifoglio bianco, se danneggiate, producono cianuro ( allomone), il pomodoro produce una sostanza che blocca la digestione agli insetti che lo divorino, mentre l’agerato sconvolge l’equilibrio ormonale agli attaccanti; infine il mais produce un cairomone che attira le vespe; queste attaccano i bruchi aggressori per deporvi le loro uova.( da Piet Vroon, Psicologia dell’olfatto). Non vedo proprio che relazione possa esistere in tal caso con l’apparato olfattivo dei primati; vedo per contro quale analogia esista con una funzione così raffinata di comunicazione presente in due situazioni così distanti ( almeno da un punto di vista comparativo).

 

Anche se nei mammiferi non è stata ancora dimostrata una sensibilità così spiccata, così usuale negli insetti e nei vegetali, l’organo vomero-nasale è pur sempre una struttura presente e, come tale, in grado di svolgere una precisa funzione; mi piace pensare che, date le caratteristiche evolutive dell’uomo, tale organo, ben lungi dall’essere considerato in via di atrofizzazione, sia in grado di fornirci spiegazioni interessanti specie in un settore del comportamento ancora poco studiato, quale  per esempio quello che riguarda il riconoscimento di messaggi subliminali emessi o recepiti.

 

In tal senso l’organo vomero- nasale potrebbe in effetti rappresentare proprio il cavallo di Troia che mi permette di formulare l’ipotesi che è stata l’argomento di questa esposizione e di varcare le mura della città del pensiero. Questa emanazione del cervello potrebbe in tal caso manifestarsi con un vero e proprio profumo riconoscibile dal nostro organo vomero-nasale, dal momento che abbiamo visto come tale struttura abbia la prerogativa di leggere anche messaggi non volatili e non propriamente odorosi.

 

Come in tutte le cose che caratterizzano la nostra formazione e che dipendono da un apprendimento, così è auspicabile che possa esistere un metodo per educare e sviluppare la funzione di un organo che, se non istruito, di certo rimane ad uno stato di funzionamento infantile e non adeguato alle sue reali potenzialità; quanti esercizi sono necessari per eseguire una sinfonia di Mozart?

 

            Riflessioni a cura  di Carlo Alberto Zaccagna, individuo incidentalmente Medico.

 

 

Le Iene e i bufalari

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Sequestrato BUTAC


Ringraziamo le ns. Forze dell'Ordine e la Magistratura per il lavoro svolto che ha portato al sequestro del sito "Bufale un tanto al chilo fondato da Michelangelo Coltelli" che per anni ha diffamato le ricerche Universitarie e Pubblicazioni di CITOZEATEC.

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